sabato 24 novembre 2007

Four words literary contest: M.P.

Pierrot allo specchio

(una storia di prosaici fantasmi)

“Posso vedere un luna slavata, attraverso la nebbia. […]

Il chiaro di luna ti sta sanguinando dall’anima, lo sai.”

Porcupine Tree, Lazarus

La notte, nera d’inchiostro, rovesciava tempeste di scrosci sulla città.
Era l’ora più buia e silenziosa tra quelle lunari: inzuppata d’acqua fin sopra i pallidi capelli correva e grondava per strade e tetti, rischiarando ogni tanto l’asfalto con sporadiche forchettate di fulmini. Fu in quella notte, al sicuro nell’appartamento ben riscaldato che sentì il respiro.
Sulle prime neanche aprì gli occhi, tanto era imbevuto felicemente nel sonno, ma alla terza o quarta volta il filo sottile che lo teneva legato al placido mondo dell’inconscio si spezzò. S’alzò a sedere sul letto, lento e intontito, aspettando che l’onda del sogno si ritirasse del tutto dai suoi lidi molli, poi tese l’orecchio quel tanto che il periodico rimbombo dei tuoni gli permetteva.
Nulla.
Discretamente seccato per l’interruzione si lasciò cadere sui cuscini, ben intenzionato a riprendere da dove aveva cominciato.
Il respiro fendette l’aria come una lama.
Saltò su, impaurito, ben sveglio stavolta: la stanza era immersa nel buio, solo la luna oscurata dalle nubi dense i pioggia faceva capolino tra le finestre, dando un tocco spettrale all’ambiente; frugò con gli occhi ogni angolo, con le mani strette fino a sbiancarsi sull’orlo stropicciato della trapunta. Gli pareva di udire un altro suono ora, lento e ritmato, altalenante, che si intrecciava in una macabra sinfonia notturna con il respiro, ora chiaramente percepibile: lento, affannoso, insopportabile.
Scese dal letto poggiando prima un piede e poi l’altro sul tappeto, rabbrividendo mentre il calore delle coperte andava disfacendosi nell’aria.
Cercò a tastoni qualcosa sul comodino, probabilmente un qualche tipo di arma, ormai quasi convinto che qualcuno si fosse introdotto nell’appartamento. L’unica cosa che trovò fu un massiccio bastone da passeggio dimenticato lì dall’inquilino precedente, resti d’anime ormai sbiadite nella memoria degli oggetti, lo impugnò come una mazza e s’avviò fuori dalla camera da letto.
Nel corridoio il respiro era perfettamente percepibile, così come l’altro suono, quello che sulle prime non era riuscito a decifrare: era il picchettare ipnotico dei tasti della sua vecchia macchina da scrivere. La rivelazione per poco non lo fece urlare, ma si morse l’interno di una guancia e riuscì a rimanere zitto, in attesa, sospeso tra e idee che gli si affollavano in testa, Chiama la polizia, Scappa via di qui, Affrontalo! Rimani nascosto e può darsi che se ne vada, Torna in camera e chiuditi dentro, Uccidilo, Uccidilo UCCIDILO!
Tornò in sé con uno schiocco di muscoli, deciso a tornarsene indietro e chiamare aiuto.
Proprio quando aveva probabilmente optato per l’alternativa più saggia, un pacchetto di crackers, finito lì per una di quelle terribili coincidenze che fanno credere che la vita possegga uno spaventoso senso dell’umorismo, scricchiolò sotto il cauto piede che si era mosso alla ritirata.
Il respiro si mozzò a mezz’aria, il tictac dei tasti s’interruppe, una scarica di adrenalina, prosaico effetto di un’ondata di terrore, gl’inondò la testa; passi ovattati si muovevano sul parquet del salotto, chiaramente indirizzati all’angolo dietro cui lui era nascosto, tremante e stordito dalla paura.
Strinse le mani forte sul bastone, come a voler prendere il coraggio dai forti nodi del legno, ascoltando quei tonfi così lievi, quasi impercettibili, ma rapidi, innaturalmente rapidi, quasi un continuo mormorio, che si interruppe proprio dall’altro lato del muro d’angolo.
Il silenzio ora era totale, fuori; dentro i suoi timpani erano assordati dall’esplosione del cuore, prodigo di battiti in quel delicato momento. Venne un sospiro lieve lieve, così vicino che avrebbe potuto accarezzargli i capelli, poi un altro, mentre i passi sembravano allontanarsi, di nuovo in direzione del salotto, ancora verso la vecchia macchina da scrivere.
Nel semibuio lunare s’accorse di essere vicino al telefono e una fitta di piacere lo colpì, avrebbe preso il telefono, sarebbe tornato in camera, avrebbe chiamato la polizia, avrebbe aspettato con calma. La semplicità del piano ne decretava il sicuro successo.
Staccò il cordless dalla base ed ebbe subito la conferma del sopraccennato orrendo humor delle cose quando si rese conto che il telefono era andato. Forse un fulmine aveva bruciato il software, forse la batteria era scarica Forse questa non è proprio la mia nottata.
S’alzò lentamente in piedi, pronto a chiudere la storia una volta per tutte: chiuse le mani sul bastone, irrigidì le braccia, tirò un sospiro profondo e svoltò l’angolo di colpo.
Urlò.
Un volto orrendo lo guardava dalla finestra, e gli ci volle un po’ per riconoscervi una luna insolitamente grande e limpida, come mai ne aveva viste fare capolino tra i palazzi simili ad ossa in quella luce infetta. L’intera stanza era pallidamente rischiarata dal plenilunio, la tempesta era finita e la luce bianca si era scavata una via attraverso le nuvole fin dentro il suo appartamento, andando a far brillare proprio la vecchia macchina da scrivere, facendola sembrare sommersa d’acqua limpida e fredda. Un foglio era infilato nei meccanismi.
Si sedette, guardò per un po’ la luna di fronte a lui, grosso specchio polveroso, poi sfilò il foglio e lesse ciò che vi era scritto: tra numerosissime cancellature e riscritture, una sola frase era leggibile; diceva: Vieni con me.
Rimase per un po’ a guardare quel pugno di lettere incerte, sentendosi svuotato.
Andò alla finestra e l’aprì, l’aria fredda gli graffiava le guance.
La luce della luna l’avvolse, densa come la malinconia.
Chiuse gli occhi, sorrise.

6 commenti:

Half-Lung ha detto...

Dopo questo il mio racconto non verrà pubblicato visto che ogni altro racconto sembrerebbe uno schifo rispetto a questo...
Molto molto bello, ma questo lo sai già...
NIHIII!

McBinda ha detto...

Ottima produzione,racconti brevi,brevi racconti. Mi sembra un'iniziativa molto interessante quella che avete promosso. Giusta anche la dimensione embrionale nella quale si è lasciato il progetto. Parlo per me e spero che le parole aumentino in numero. Mi piacerebbe poter discutere anche sulla scelta delle stesse. Spero che si possa replicare questo bel contest e,soprattutto, spero che in futuro venga aperto anche al resto degli abitanti del meridionale poetico caperello...

Nick Stu ha detto...

visto che il palo è così demotivato proprongo un brindisi

Anonimo ha detto...

Adesso, però, c'è chi vuole sapere come continua la storia! Veramente bravo, M.P.

Annalisa ha detto...

Avevo inteso, come finale del racconto, che lui seguirà l'invito.

p.s.: siete bravi :-)

Merlin ha detto...

"Chiuse gli occhi, sorrise." Ho pensato al 'deserto dei tartari' di Buzzati, che amo moltissimo. Anche lì è un respiro, un respiro che non può esser altro che quello: il respiro. Qui potrei azzardare: il proprio respiro? Credo di si. Ed è lui che viene a cercare il protagonista. E alla fine l'invito è sempre quello di ricongiungersi a se stessi, e la propria immagine (burlesca?) alla propria anima, per guardare la luna in un ultimo sorriso. Queste più o meno le mie sensazioni.
Complimenti, mi è piaciuta molto l'idea, ed altrettanto il modo in cui hai scritto. Anche la scrittura è rarefatta, come l'aria dei fantasmi.

Merlin