domenica 30 dicembre 2007

Second literary contest: Half Lung (aka Palo Coelho)

MIRO'



Sarebbe stata l'ultima volta.

Guardava i suoi occhi senza vederli, troppo concentrato sul da farsi.

Teneva in mano pezzi di maglietta.

Troppa la passione che li aveva colti.

Troppo il senso di vendetta che lui serbava e che dava sfogo alla sua voglia.

Troppo.

Aveva scatenato in lui uno strano senso animale.

Ora pensava solo a quello che doveva fare.

A quella che era il suo compito.

E non riusciva a fermarsi. Era come se qualcosa nella sua testa gli desse la giusta carica per continuare. Era un macchina. Una macchina decisa a non smettere. Non aveva più metabolismo umano ma solo elettricità. Riusciva perfino a vedere il filo che conduceva alla spina della corrente.

Corrente che gli dava sempre più energia.

E continuava a spingere, spingere sempre di più.

Spingeva senza pause, era così, una tabella di marcia già decisa, un programmatico evento, scandito da un ritmo, una musica che arrivava alle sue orecchie, sorde per tutto il resto.

Contraeva i muscoli addominali fino allo spasmo, il più possibile. Voleva solo fare male. Male. Molto male.

E quella lettera continuava ad echeggiare nella stanza. Solo una lettera, una vocale. E lui voleva continuare a sentirla. Voleva che aumentasse di volume, di intensità.

“Ah, ah, ah, si”.

Sempre più forte.

Come un grido di battaglia, un pianto, un “eureka”.

E lui sopra questa nota continuava a spingere.

Sentiva sempre più eccitazione scendere tra le sue gambe.

Quella palude di piacere diventare un'oasi nel deserto.

E spingeva.

Forte.

Brutalmente.

Faceva male a lei e bene a lui.

Spingeva.

Disegnava orgasmi meravigliosi, con un pennello intinto direttamente nella tavolozza dei più grandi pittori.

Da un cielo vaniglia di Monet, per un girasole di Van Gogh, fino ad un duro schizzo di Mirò.

Spingendo. Fino alla fine.

“Ecco lo vedi che sei solo una Puttana, solo una puttana!”

Ed era già di spalle.

In mente solo ricordi, sul viso un indecifrabile sorriso, e di fronte una porta. Aperta.


lunedì 24 dicembre 2007

We wish you a merry Christmas

La redazione del Cabo augura a tutti i suoi lettori un buon Natale!
(se qualcuno volesse farci gli auguri, può postare qui sotto, grazie!)

martedì 18 dicembre 2007

E se un giorno

E se un Giorno-Valefree

E se un giorno la speranza dovesse abbandonarci?
E se un giorno le rose non fioriranno più e ciò che rimarrà saranno solo le spine?
E se un giorno tutte le cose in cui noi crediamo, tutte le nostre certezze, i nostri dogmi, i nostri sogni crolleranno davanti alla tragedia della realtà?
E se tutti quelli che credevamo amici ci pugnaleranno alle spalle?
E se l’ancora che credevamo fosse la nostra salvezza ci portasse a fondo con lei?
Se quel giorno dovesse arrivare, aggrappati a me, ti sosterrò come potrò, come hai fatto tu con me fino ad ora.


Ad Alessandra

lunedì 17 dicembre 2007

Le rime alternate, se vengono incatenate, si baciano?

Furore rimico qui al Cabo! Linea di furore nella quale si inserisce (dopo le prove surreali del Nick Stu) egregiamente il buon Valefree, con il suo primo intervento, una semplice e limpida filastrocca, di gusto rodariano,quelle che, se avete dei nipotini che rompono o fratellini sull'orlo delle lacrime, potete recitare sperando di salvarvi, almeno questa volta...

LA NASCITA

… E finalmente è giunto
Feroce e a gamba tesa
A incrementar la spesa
Nel bilancio familiar


Lo strillo del ribelle
Un gemito lamento
La madre sta ridendo
Per il lieto evento


Piccolo e indifeso
Grande come il nulla
Riempie già la culla
D’un immenso amor


Valefree

domenica 16 dicembre 2007

Zero proprio risvolti sociologici qua...

Visto che gli altri pubblicano poesie, non voglio sembrare un ricopione ma, ecco... sento il bisogno di ricopionare. Spero non ve la prendiate troppo, ma nel caso sarò felice essere gu.
Faccio qui le veci ovviamente del grande Tobarca, che si sobbarcava incarichi d'ogni sorta, faceva la scorta, il guardia di porta, ma di fatto non concludeva mai nulla. Credo vada rivalutato, in fondo era un brav'uomo.


Scorgo in te una leggera tendenza all’indifferenza
Pensa che io nella mia stanza ci passo la vita
Credo che ci siamo detti tutto da tempo, in sostanza
A me non rimane più niente per fare la rima

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Il nano di gesso

Il nano di gesso
C’ha il culo convesso
Nel mentre del sesso
Un palo c’ha messo
Non tutto l’ha emesso
S’è detto “è lo stesso
che tanto confesso
ce l’avrei rimesso”

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Sta nevicando

Nevica piano, si cambia la sera
Si toglie la veste, la lascia cadente
Se ne sta timida in casa la gente
Si tinge di bianco, la notte più nera

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Preparandomi per la partenza

Torbido come la birra
D’oro e d’incenso mischiati
Me ne preparo una ghirba

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Un passatempo

Non ho voglia di andare a letto
Non sono stanco manco un po’
Poi passo la notte riverso
Con le mie memorie converso
Non c’è mai molto interesse
Da nessuna delle due parti
Sono un tantinello annoiato
Solo non ho sonno per niente
Faccio qualcosa di diverso
Tanto ormai sto sonno l’ho perso
Stanotte saltello sul muro
Forse lo sfondo per davvero
Solo che co sto freddo poi me strino, non lo so se me conviene

lunedì 10 dicembre 2007

Dediche

Mi trovo per la prima volta a scrivere qualcosa come introduzione ad un testo.

Lo faccio volentieri. Primo perché reputo M.P. un bravissimo, ma che dico, un fantastico “scrittore” (nota per Marco, domani ti dico le coordinate bancarie per fare l'addebito), secondo per l'amore per Lisbona che ci lega. Penso che chi non sia mai stato a Lisbona non posso comprendere l'atmosfera nella quale si vive. Potrebbe provarci. Provarci leggendo il racconto che segue. Racchiude in sé tutto lo spirito della capitale. Chi lo conosce si ritroverà a girovagare per le vie di Barrio Alto, o a mangiare pastarelle a Belem. Gli altri assaporeranno per alcuni minuti quello strano senso di vita che ti prende quando vedi Lisbona. Mi è parso giusto intitolare il brano: “Tago”. Allora prendete un bel bicchiere di porto, sedetevi in poltrona (solo chi è provvisto di portatile e connessione wireless), e leggetelo, poi chiudete gli occhi e immaginate un posto in cui vorreste essere. Benvenuti a Lisbona.


TAGO



Si versò un bicchiere di Porto e cominciò a scrivere.

L’aroma delizioso del vino speziato gli infuse la gola di caldi profumi; chiuse gli occhi per un attimo e rimase ad ascoltare il suono che faceva.

Aveva bevuto molto quella sera, tanto da star male; eppure si pose indomito alla macchina da scrivere per comporre un nuovo racconto, né più né meno impegnativo delle altre volte.

Giusto un racconto.

Qualcosa per svagare la mente.

Un altro sorso di Porto, molto forte, lo convinse all’autobiografia; si mise così a descrivere la giornata appena conclusasi.

Quella notte aveva incontrato Marçal, il suo amico di un tempo, morto da almeno dieci anni.

Lo aveva visto guardare le stelle al molo, e gli si era avvicinato.

Come ti va, vecchio mio?, aveva chiesto all’amico. Non male, aveva risposto Marçal, sempre con lo sguardo alle stelle, scioglievoli nel cielo autunnale. Bella serata per ciondolare sul molo e guardare il buio, no? Bella, si…una volta lo facevamo spesso, ricordi? Ricordo, Dovremmo riprenderla, quella vecchia usanza, Non possiamo, Marçal…sei morto, Giusto, mi sfugge sempre questa piccolezza. Rise, suo malgrado. Morirò in Dicembre, vero? Tecnicamente sei già morto, Lo so, non stare lì a ricordarmelo, Come fai a dirlo? I morti non hanno memoria, Questo lo dici tu, io so che morirò, o che sono già morto, la cosa non mi tocca più di tanto, per questo ogni tanto me ne dimentico, il problema è tuo, che sei qui a parlare con uno spirito.

Si sedette a fianco a lui, sul molo, e guardò il mare nero.

Spiegami come morirò, non ricordo, Come si fa a scordarsi di una cosa del genere? Morirò solo a Dicembre, mica prevedo il futuro, Mi stai facendo confondere, Dimmi solo come muoio, poi non ti scoccio più, Era una mattina fredda, ti sei svegliato nel tuo appartamento, vicino alle pile di pagine mai pubblicate, ti sei scolato una bottiglia di bourbon e hai preso la vecchia pistola di tuo padre, te la ricordi? Certo, continua, Sei andato in spiaggia, non c’era nessuno, perché a Dicembre è così che dovrebbe essere una spiaggia, sei entrato in acqua fino alla cintola, poi hai caricato la pistola e ti sei sparato dritto in bocca.

Marçal rimase un po’ in silenzio.

Bel modo di morire, no? Non c’è un bel modo di morire, si muore e basta, Beh è così che morirai, Sono morto da dieci anni, Vaffanculo, ci godi a complicare le cose, vero?

Non rispose…guardò le stelle e non rispose.

Allora? Allora cosa? Perché stai in silenzio? Tu che dici? Ho appena saputo come morirò, Ma sei morto già da dieci anni, Hai ragione, ma fa sempre impressione sentirlo.

Guardò Marçal, tirò fuori un pacchetto di Fortuna tutte sgualcite e glielo porse, ne prese una e se la fece accendere.

Fumi ancora questo schifo di sigarette? Mi piacciono molto, Sono volgari, le sigarette dovrebbero dare un tono a chi le fuma, Che dici? Dico che non si fuma solo per il gusto, anche per l’effetto che fumare provoca negli altri, Neanche da morto smetti d’essere narcisista fino all’antipatia…, L’egocentrismo ci salva dall’anonimato, Proprio tu mi parli di anonimato…senti, posso chiederti una cosa? Certo, però non so se poi ti risponderò, Non fa niente, è una cosa che volevo chiederti da tempo, Dimmi, Perché ti sei ucciso? Voglio dire, avevi pubblicato una raccolta di poesie meravigliose, avevi una donna bellissima al tuo fianco; facevi un bel po’ di soldi con le conferenze e le lezioni, perché negarlo, dopo tutti quegli anni, passati insieme a fare la fame sui fogli sporchi d’inchiostro e caffè, a guardare il soffitto col mal di testa per il troppo vino e le troppe sigarette di tabacco nero, tra i muri macchiati e i pavimenti polverosi di uno squallido appartamento di periferia che avevi ereditato da tua madre, finalmente qualcuno leggeva le tue parole, Marçal, e le amava.

Perché?

Ana Maria non mi ha mai voluto, Ti era molto affezionata, invece, Ero come una lettera ricevuta tanto tempo fa, che si tiene solo perché ci ricorda di tempi lontani, forse migliori, ma comunque avvolti da quell’aura di mitico che indora tutti i nostri ricordi, Sei crudele, Lei cosa ha fatto dopo? Ha lasciato la città, ha raccolto le sue cose in uno scatolone con un’etichetta blu e se ne è andata, Mi dispiace che non sia rimasta, Non c’era nulla che la legasse a questo posto, C’eri tu, Ci abbiamo provato, ma per me è sempre stata come uno specchio. Non riuscivo a guardarmi, Marçal, non ci riesco ancora.

È questo il tuo problema, rispose l’amico, Tu non ti piaci, non hai un culto di te, non ti rispetti, non sarai mai un grande scrittore, solo qualcuno che trasferisce i propri anemici pensieri sul foglio freddo di una macchina da scrivere, sdraiato in un letto mal fatto, in una stanza nebbiosa per le troppe sigarette; Un tipografo, forse, uno scrittore, mai, Smettila, è facile parlare da morti, tu non devi preoccuparti più di nulla, Non è vero, mi preoccupo molto, mi preoccupo per te, per Ana, per la mia spiaggia, per il cielo grigio di Novembre che mi piaceva tanto, solo che adesso vi guardo con un occhio differente, Ho sempre odiato la tua filosofia spicciola, sai essere volgare, e poi non hai ancora risposto alla mia domanda, perché? Odiavi veramente così tanto questo posto? No, lo amavo troppo, Questa è in assoluto la cosa più stupida che hai detto stasera, Cosa c’è di stupido nell’amore? Nulla…, E allora cosa hai da obiettare? Niente.

Scese il silenzio, li avvolse; quando voltò lo sguardo Marçal non c’era più, forse non c’era mai stato. Gettò la sigaretta in mare, guardando la brace che si spegneva di colpo, poi si alzò e s’incamminò verso casa.


M.P.

giovedì 6 dicembre 2007

Literary contest second edition

Buonasera.
Volevo solo avvertire autori e chiunque volesse partecipare al secondo contest che il termine per proporre la vostra parola scade questo fine settimana, perciò affrettatevi!! (sembra quasi una telepromozione...).
Nient'altro, se non le mie più profonde parole di apprezzamento agli autori del Cabo, per rendere ogni giorno questo foglietto nel vento del web una vera miniera letteraria.
Miniera d'oro, si spera....
A presto,
M.P.

P.S. Le parole scelte fino ad ora sono:
Palude
Pennello
Vendetta
Spina
Programmatico
Lettera

mercoledì 5 dicembre 2007

PENSIERI

Da quando la lessi per la prima volta questa frase mi ha sempre affascinata...
GIRIAM GIRIAMO INTORNO AL SOLE,INTORNO ALLA TERRA LA LUNA S'AVVITA...NON MUORIAMO DI MORTE NOI...DI CAPOGIRO PERDIAMO LA VITA...
a voi che effetto fa?
PRIMO PRELUDIO ALL'ISTANTE MONOCROMATICO

Non ti chiesi niente
ma mi rispondesti con fare sicuro e voce altisonante
le tue parole
rimbombano tra le mie pareti cerebrali
ormai insensibili e assuefatte al malcomune...
Entrasti come un sussurro
e sei diventato un grido
nelle notti albine
che squarciano il velo silenzioso
della mia anima...
Furore-Ardore-Dolore.
Il plumbeo cielo
stilla lacrime di tenebra.
Mi inerpico nella notte,
mia unica amica fraterna,
con mani tremanti...
Rapidi bagliori
squassano
le fondamenta traballanti
della mia precaria unità...
Ti rivedo
con occhi limpidi
guardarmi da uno specchio...
La tua voce
emana frequenze dissonanti
chè il mio peregrinare è forse il tuo
Attento-Impervio-Vago.
Il sole si spegne tra le tue braccia.
Nel tragico odore della notte
solo noi due distanti e assenti
dal tumulto inconsistente delle genti.
Il sole si spegne tra le tue mani.
Riaprile e vedrai
la luna ansimante
che dall'alto ci guarda
come truce matrigna
di quel che sarà...
Parlami...Adesso...Qui...Sto ferma!
Parlami come non hai mai fatto...
Parlami di te,di ME
di noi...
Ma senza proferir parola.
A labbra strette
grida il rumore che hai dentro...
Parla con me che
attenta
ascolto e
osservo
le tue parole
come disegni surreali su una tela ferita...
Sono sempre io
guardami
sono qua...
Correndo non mi muovo...
Allunga la mano
afferra il mio braccio.
Riemergo...
SON VIVA.
A.M.

Guardatevi dentro...cos'è per voi l'istante monocromatico?Ho scritto due preludi all'istante monocromatico ma ancora non riesco bene a carpire tutte le sue piccole sfumature...il vero istante monocromatico...
carissimi amichetti affettuosi e coccolosi,la vostra venditrice di morte preferita è tornata tra di voi dopo una lunga assenza dovuta alla mie scarse capacità di navigatrice della rete...Momentaneamente il mio pc-carretto,come bene lo definì il Petrelli,è totalmente fuori uso quindi pubblicherò soltanto quando la mia amata coinquilina mi presterà il suo supermega tecnologico portatile da 24 carati.Un bacio a tutti.

Un breve racconto.

L'idea del contest mi piace e appena letta la parola pennello mi è venuto un breve racconto, carico di molti oggetti e parole ma non di quelle scelte da voi. Ve lo presento comunque sperando che vi piaccia.

IL TEMPO DI UNA SIGARETTA.

Verso la rotta, nubi cariche di pioggia si addensano sulla testa.

Magia del fuoco magia del’oro,
uno zingaro mi regalò uno zippo da usare nelle feste.
Magia del fuoco Magia del sangue,
Alla festa mi bagnarono il collo col sangue di una pecora appena sgozzata,
porta fortuna mi dissero.
Magia dell’acqua magia del tempo.

Accendo i ricordi con la mano destra sfregando una corona di ferro, uno sbuffo di nafta invade l’abitacolo del’automobile
‘Accendi il riscaldamento ai piedi che ho freddo’
Le gocce di pioggia iniziarono a sbattere sul vetro della macchina, il cielo si tingeva di un grigio logoro e stantio, tracciato da mano sapiente con un pennello troppe volte usato.
‘mmm’
il primo tiro di sigaretta è una sferzata che dal midollo spinale sale fino a raggiungere le tempie. Il pensiero si presenta forte e diretto, le sinapsi nervose soffrono di un assolutismo emozionale che mi porta a l’estate precedente; Quel volto sorridente ma freddo, da sole mattutino, è lo stesso che mi trovo accanto?.
‘Alza che questa mi piace’
Il suono non riusciva a coprire i pensieri, il secondo e il terzo tiro mi servirono per chiarirmi le idee.
‘ Hai visto?’
‘Cosa?’
‘Tutti i campi sono spogli, c’è solo un albero ogni tanto’
‘Una antica legge permetteva la presenza di un solo albero in ogni campo a coltivazione’
‘Perché?’
‘Serviva hai contadini come riparo dal sole per il pranzo’
Anche gli alberi soli, non un ulivo e un alloro abbracciati, solo querce dalle ghiande dure come il cuore. Essere come le viti era un buon modo di campare, le nostre dita incrociate a rompere la magia dell’individuazione, da ciò potevano venire solo buone cose, buone come il vino.
Altri tre tiri non riuscirono a togliermi il sapore del vino dalle labbra. Un vino invecchiato ormai vent’anni, bevuto insieme a Michele su colline che assomigliano tanto a queste che mi passano davanti agli occhi.
‘A cosa pensi?’
Mi presi il tempo di due tiri per rispondergli, la nube diventava sempre più una realta passeggera.
‘Pensavo quando da ragazzo stavo con Michele su colline simili a queste, lui aveva un pollaio e una catasta di legna da tagliare e mi chiese di dargli una mano. Glie la diedi in cambio di un bicchiere di frizzantino e di un uovo bevuto dal guscio.’
La sua mano sulla spalla, mi riscaldò il corpo.
é il calore del suo corpo o il sole che scappa dalle nubi a scaldarmi?
Un tiro e la sigaretta era fuori dalla macchina.

K.M.

lunedì 3 dicembre 2007

rose al salvataggio

Che rimane di una persona alla fine del giorno?
E' più una questione di sentimento-
Che una questione di divertimento-

Solo un senso di lacerazione, ma intima-
Inaspettata, nemica, beffarda-
Ci sfotte, non ci abbandona, ci assaggia-

Ma quando arriviamo stanchi, soli-
Soli davvero, dico-
Ma non abbastanza stanchi per dormire-

Come se avessimo ancora qualcosa-
Da chiedere ad un giorno che ormai-
Dorme da tempo, non ascolta più-
I capricci di poveri bambini innamorati-

Ed è allora che mi sento colpevole-
Di crimini sognati, reali, evitati-
Per favore, smetti di fare domande-
Allacciati le scarpe ed asciuga quegli occhi rossi.


...di rose bianche...

giovedì 29 novembre 2007

Le storie finiscono, le storie ricominciano...

Senza ripetere le parole già spese da M.P. riguardo al contest appena concluso, vorrei invitare il Cabo a prepararsi per la seconda mannata (che belle parole...)

Chi già è dei nostri basta che commenti questo post inserendo una parola di sua scelta.

Chi non è dei nostri può sempre diventarlo. Commentate inserendo un contatto (msn, email, ecc...)



Intanto io comincio. La mia parola è...
"Palude"

Four words literary contest: The End

E voilà.
Fatto.
I nostri racconti vi sono stati presentati. Vi siete letti una storia di "fantasmi", un noir, una simil piéce teatrale vagamente beckettiana e una lettera d'amoroso addio... direi che potete ritenervi soddisfatti, no? Ringraziamo tutti coloro che hanno commentato i nostri lavori (un successo così non s'era mai visto, grazie, grazie, grazie!), e vi invitiamo, come sempre, a tornare da noi.
Beh, un po' commossi, vi salutiamo, promettendovi di ritornare presto, però....

Four words literary contest: Tinker Bell

Per Te

Fuori piove.
Tantissimo.
Preferirei di gran lunga essere lì, in mezzo a tutte quelle goccie, piuttosto che rimanere in questa stanza asciutta.
La macchina da scrivere batte ritmicamente. Lettera dopo lettera, nasce il mio addio. Vorrei riuscire a spiegarti il perchè, ma so che il mio cammino verso l'ignoto rimarrà per sempre un'incognita.
Vado via, e ancora sono tentata di bruciare tutto, ignorare questo istinto, tornare accanto a te, e dormire come se nulla mi avesse svegliato, come se fuori non piovesse.
Ma piove.
E non si può ignorare.
Sei sul letto, nuda, qualche lembo che ti copre come fosse un peplo.
Tu regina di un mondo ignoto e parallelo. Ma la realtà è amara, e io non posso far altro che fuggirla.
Una lettera, una lettera scritta con te vicino, scritta su una macchina da scrivere. Solo un ritmico ticchettio, nessun software ronzante.
Volevamo sconvolgere il mondo io e te, riordinarlo a nostro desiderio.
E questo stesso mondo ha ignorato il nostro volere. E ci siamo lasciate annientare dalle sue regole.
Osservo la stanza. E' spoglia.
I vestiti ancora per terra, indistinguibili, crakers aperti e mai mangiati, il posacenere pieno.
La pioggia accompagna il tuo respiro, lieve ed irregolare. Fuggo, vado via, non capirai e le tue lacrime distruggeranno l'inchiostro delle mie parole.
Ma ti lascio i sogni, i miei e i tuoi.
Quegli stessi sogni che abbiamo abbracciato come fossero figli.
Proprio quelli che abbiamo innocentemente ucciso come fossero nemici.
Con loro sono morti tutti i miei pensieri, tutte le sensazioni.
Solo il pensiero di Te rimane.
Nulla lo lede, nemmeno il temporale che, dentro e fuori questa stanza, si è portato via tutto. Tutto ti lascio, tutto quel che mi è appartenuto, che abbiamo reso nostro.
Una buona notte per te che ancora dormi

Irene

Many words literary contest

Helllothere!

Visto che ormai,va bene?, abbiamo preso il via con la produzione letteraria, vorrei porre alla vostra attenzione il fatto che io posso mostrarvi la strada verso il successo. Completamente gratis. Basterà avere

1)una mano con la quale si sia capaci di scrivere su di un qualsiasi supporto, cartaceo o digitale che sia.
2) una discreta padronanza della lingua inglese, tipo "aò stop watching me in that way. Look that I know that you can't suffer me but it's not my guilt if i have this face".
3)basta.

Il fatto: il mio professore di Stylistics and poetry ci ha chiesto di comporre, in qualsivoglia forma, QUALCOSA...racconti brevi,poesie, epitaffi, in rima, endecasillabi sciolti, giambici etc...ovviamente in inglese...per poi essere pubblicati sulla rivista Buzz, a cura di ragazzi e professori della mia università...

allora, vi va?

qualsiasi cosa vi passi per la mente o per gli alluci speditela a

paulmorse@virgilio.it

scrivendo che io(Bernardo Mattioni) vi ho informato della cosa. Ora che sapete anche il mio nome fuori da Matrix, credo che possiate dedicarvi al vostro letterare con maggior piglio.

un saluto

lunedì 26 novembre 2007

Four words literaty contest: Nick Stu

-Cieli-

«Ho quasi finito un altro pacchetto»
«Ne vuoi una?»
«Ne voglio una di cosa?»
«Una sigaretta, mi sembrava...»
«Non fumo»
«Non fumi?»
«Mai fumato»
«Allora che pacchetti finisci?»
«Crackers»
«Crackers
«Si, il dottore dice che mi danno dipendenza»
«Ti danno dipendenza?»
«Significa che se voglio smettere in realtà non posso»
«Lo so cosa significa. Solo che mi sembra strano che i crackers diano dipendenza»
«Ma infatti non è vero. Lo dice il dottore ma non è vero»
«Di solito i dottori dicono cose vere»
«Questo no»
«No?»
«No»

Diede un morso al cracker e le si sedette accanto. La ragazza tirò un altro respiro.
Da lì si vedeva tutta la città. E si confondeva con il cielo. Un cielo grigio come il cemento dei palazzi.

«Dicono che una volta fosse blu»
«Cosa?»
«Il cielo»
«Il cielo blu?»
«Già»
«Doveva essere bello»
«Nei miei racconti il cielo è sempre blu»
«Scrivi racconti?»
«Molti. Vengo quassù per scrivere»
«E con cosa scrivi?»
Il tizio dei crackers infilò una mano nel borsone e ne tirò fuori una macchina per scrivere.
«Cos'è?»
«Una specie di computer. L'ho trovata in un magazzino abbandonato»
«Non ce l'hai un computer normale?»
«No»
«Ce l'hanno tutti un computer. Almeno uno ce l'hanno tutti»
«Io no»
«Come mai?»
«Non mi fido»
«Dei computer?»
«Non mi fido dei software che stanno dentro ai computer»
«E cosa sono?»
«Sono tipo persone» diede un morso al cracker.
«Dentro ai computer ci sono delle persone?»
«No, ci sono i software»
«E perché non ti fidi dei software
«Sono spie»
«Spie?»
«Spie del governo»
«Ma dai...»
«Te lo giuro, me l'ha detto uno che ci lavora»
«Da non crederci...»

Il tizio dei crackers prese a battere sui tasti.

«Cosa scrivi?»
«Un racconto»
«Di che parla?»
«Di noi due»
«E che ne sai tu di me?»
«Ancora niente»

Non parlarono per un po'. Descivere un cielo blu richiedeva una certa concentrazione. La ragazza tirò un altro respiro.

«Tu fumi?» chiese il tizio dei crackers.
«No»
«Allora che ci fai con le sigarette?»
«Fumavo. Poi ho smesso. Ora le offro e basta»
«Hai smesso?»
«Due settimane fa»
«Come mai?»
«Dicono che faccia male»
«E' vero»
«Già. E ci sono tante altre cose che fanno male»
«Tipo?»
«Lo smog»
«Fa male?»
«Una boccata di smog fa più male di una sigaretta intera»
«Incredibile»
«Infatti sto cercando di smettere anche con quello»
«Come fai?»
«Respiro poco»
«Respiri poco?»
«Ne faccio uno ogni sette minuti, un po' meno se parlo. Non è facile, all'inizio non riuscivo a superare il minuto e mezzo. Poi pian piano ci si abitua. Sto cercando di smettere del tutto»
«Credi che si possa fare?»
«Spero di si. Ad ogni respiro sento la polvere che mi scivola nei polmoni» si scrollò di dosso un po' di tristezza, poi chiese «come viene il racconto?»
«Non male. Ho scritto di meglio»
«Ma che ci fai poi con i tuoi racconti? Te li pubblicano?»
«Li lascio in giro. Li raccolgono i barboni»
«Li leggono?»
«Non sanno leggere. Li bruciano quando fa freddo»

Rimasero un po' in silezio. Lui a scrivere senza fermarsi un istante, lei immobile, presa dal rumore saltellante dei tasti. Faceva un respiro ogni quasi otto minuti ormai.
Quando smise del tutto lui quasi non se ne accorse.

domenica 25 novembre 2007

Four words literaty contest: HalfLung

L'ASTRONAUTA


Era un rumore strano.
Quasi un fruscio.
Foglie che cadono in colorati autunni.
Era solo un soffio.
Un respiro a dir la verità.
Il commissario lo guardava con le braccia dritte lungo il corpo.
La macchina che lo aiutava a respirare stava là, accanto al letto.
Erogatore indispensabile di vita. Sembrava quasi, ascoltando in silenzio, di sentire un astronauta camminare sulla Luna.
La stanza era piena dello stesso suono che si sentiva nelle vecchie registrazioni.
Vecchie registrazioni che mostravano la sala di controllo in trepidante ascolto.
Il commissario lo guardava con le braccia dritte lungo il corpo.
Pensò alla notte precedente.
Tutto era successo così in fretta.
Erano le dieci e quaranta, quando alla centrale arrivò una chiamata di una signora allarmata. Aveva sentito uno sparo, uno sparo, uno solo e poi più nulla.
La sirena che sfreccia.
Lo trovarono lì, steso accanto al divano, un foro lo trapassava da parte a parte.
Ed ora eccolo.
Attaccato a quel respiratore.
Che non la smetteva di parlare con la sala controllo.
Un respiro dietro l'altro.
Il commissario lo guardava con le braccia dritte lungo il corpo.
L'appartamento era perfettamente a posto. Nessun segno di colluttazione o lotta.
Nessun segno di scasso sulla porta.
Nei telefilm avrebbero detto che la vittima conosceva l'assassino.
Ma questo non è un telefilm.
È la realtà. La fottuta realtà.
E il destino può essere molto più fantasioso di un abile scrittore.
Nell'appartamento silenzioso solo un rumore.
“Crackers!, crackers, crackers!”
“Polly” diceva la targa sulla gabbietta.
“Crackers!, crackers, crackers!”
Poi non lo aveva più detto, lui stesso aveva premuto il grilletto.
Non lo sopportava più quel cazzo di pappagallo.
Il commissario lo guardava con le braccia dritte lungo il corpo.
I suoi uomini erano ancora là che cercavano informazioni.
Erano ancora là che facevano domande.
“Addio vecchio mio”, disse.
Il commissario.
Pensava tornando a casa.
Pensava a quanto ci avrebbero messo i suoi a capire che era lui.
Pensava alla corsa che aveva fatto per tornare a casa l'altra sera.
Pensava alla fortuna che aveva avuto, “per un pelo” si disse, a ricevere la telefonata della centrale.
Pensava a quando avrebbe fatto effetto la medicina che aveva iniettato in flebo.
Pensava il commissario.
Pensava.
Il commissario.
Pensava al giorno che la moglie lo aveva lasciato.
Pensava.
Pensava a quel figlio di puttana.
Ora erano pari.
Pensava.
Pensava a quel fottuto pappagallo, regalo della moglie.
Pensava alla moglie.
Ah, quanto l'aveva amata.
Pensava a lei.
Pensava a dove era ora.
Nel suo bagagliaio con la testa spaccata in due.
Pensava il commissario.
Pensava.
Pensava.
Pensava anche se il suo cervello non funzionava più tanto bene.
Non funzionava più tanto bene, offuscato e spaesato.
“Bisogna rifare il software amico!” si disse.
Software.
Software per il cervello.
Era così che chiamava la sua bottiglia di whisky.
Software per il cervello.
Ed ora ne aveva veramente bisogno.
Pensava il commissario.
Pensava attaccato alla bottiglia.
Pensava a quando l'avrebbero cercato a casa.
Pensava alla lettera che avrebbero trovato nella macchina da scrivere.
Pensava.
Pensava ai suoi colleghi.
Avrebbero capito il perché?
Lo avrebbero capito?
Pensava il commissario.
La macchina da scrivere sulla scrivania, l'avrebbero vista?
Quella lettera trovata?
Si lo avrebbero fatto.
Li aveva addestrati bene.
Erano dei bravi ragazzi.
Pensava il commissario.
Pensava alla strada.
Pensava anche se forse stava correndo un po' troppo.
Pensava il commissario.
Pensava alla curva che stava per pararglisi contro.
Pensava il commissario.
Pensava anche mentre la macchina volava giù per la scogliera.
Pensava.
Pensava.
Poi un rumore sordo.
E il silenzio attorno.
Niente, nessun rumore.
Nessun uomo della Luna.
Niente.
Neanche un respiro.

sabato 24 novembre 2007

Four words literary contest: M.P.

Pierrot allo specchio

(una storia di prosaici fantasmi)

“Posso vedere un luna slavata, attraverso la nebbia. […]

Il chiaro di luna ti sta sanguinando dall’anima, lo sai.”

Porcupine Tree, Lazarus

La notte, nera d’inchiostro, rovesciava tempeste di scrosci sulla città.
Era l’ora più buia e silenziosa tra quelle lunari: inzuppata d’acqua fin sopra i pallidi capelli correva e grondava per strade e tetti, rischiarando ogni tanto l’asfalto con sporadiche forchettate di fulmini. Fu in quella notte, al sicuro nell’appartamento ben riscaldato che sentì il respiro.
Sulle prime neanche aprì gli occhi, tanto era imbevuto felicemente nel sonno, ma alla terza o quarta volta il filo sottile che lo teneva legato al placido mondo dell’inconscio si spezzò. S’alzò a sedere sul letto, lento e intontito, aspettando che l’onda del sogno si ritirasse del tutto dai suoi lidi molli, poi tese l’orecchio quel tanto che il periodico rimbombo dei tuoni gli permetteva.
Nulla.
Discretamente seccato per l’interruzione si lasciò cadere sui cuscini, ben intenzionato a riprendere da dove aveva cominciato.
Il respiro fendette l’aria come una lama.
Saltò su, impaurito, ben sveglio stavolta: la stanza era immersa nel buio, solo la luna oscurata dalle nubi dense i pioggia faceva capolino tra le finestre, dando un tocco spettrale all’ambiente; frugò con gli occhi ogni angolo, con le mani strette fino a sbiancarsi sull’orlo stropicciato della trapunta. Gli pareva di udire un altro suono ora, lento e ritmato, altalenante, che si intrecciava in una macabra sinfonia notturna con il respiro, ora chiaramente percepibile: lento, affannoso, insopportabile.
Scese dal letto poggiando prima un piede e poi l’altro sul tappeto, rabbrividendo mentre il calore delle coperte andava disfacendosi nell’aria.
Cercò a tastoni qualcosa sul comodino, probabilmente un qualche tipo di arma, ormai quasi convinto che qualcuno si fosse introdotto nell’appartamento. L’unica cosa che trovò fu un massiccio bastone da passeggio dimenticato lì dall’inquilino precedente, resti d’anime ormai sbiadite nella memoria degli oggetti, lo impugnò come una mazza e s’avviò fuori dalla camera da letto.
Nel corridoio il respiro era perfettamente percepibile, così come l’altro suono, quello che sulle prime non era riuscito a decifrare: era il picchettare ipnotico dei tasti della sua vecchia macchina da scrivere. La rivelazione per poco non lo fece urlare, ma si morse l’interno di una guancia e riuscì a rimanere zitto, in attesa, sospeso tra e idee che gli si affollavano in testa, Chiama la polizia, Scappa via di qui, Affrontalo! Rimani nascosto e può darsi che se ne vada, Torna in camera e chiuditi dentro, Uccidilo, Uccidilo UCCIDILO!
Tornò in sé con uno schiocco di muscoli, deciso a tornarsene indietro e chiamare aiuto.
Proprio quando aveva probabilmente optato per l’alternativa più saggia, un pacchetto di crackers, finito lì per una di quelle terribili coincidenze che fanno credere che la vita possegga uno spaventoso senso dell’umorismo, scricchiolò sotto il cauto piede che si era mosso alla ritirata.
Il respiro si mozzò a mezz’aria, il tictac dei tasti s’interruppe, una scarica di adrenalina, prosaico effetto di un’ondata di terrore, gl’inondò la testa; passi ovattati si muovevano sul parquet del salotto, chiaramente indirizzati all’angolo dietro cui lui era nascosto, tremante e stordito dalla paura.
Strinse le mani forte sul bastone, come a voler prendere il coraggio dai forti nodi del legno, ascoltando quei tonfi così lievi, quasi impercettibili, ma rapidi, innaturalmente rapidi, quasi un continuo mormorio, che si interruppe proprio dall’altro lato del muro d’angolo.
Il silenzio ora era totale, fuori; dentro i suoi timpani erano assordati dall’esplosione del cuore, prodigo di battiti in quel delicato momento. Venne un sospiro lieve lieve, così vicino che avrebbe potuto accarezzargli i capelli, poi un altro, mentre i passi sembravano allontanarsi, di nuovo in direzione del salotto, ancora verso la vecchia macchina da scrivere.
Nel semibuio lunare s’accorse di essere vicino al telefono e una fitta di piacere lo colpì, avrebbe preso il telefono, sarebbe tornato in camera, avrebbe chiamato la polizia, avrebbe aspettato con calma. La semplicità del piano ne decretava il sicuro successo.
Staccò il cordless dalla base ed ebbe subito la conferma del sopraccennato orrendo humor delle cose quando si rese conto che il telefono era andato. Forse un fulmine aveva bruciato il software, forse la batteria era scarica Forse questa non è proprio la mia nottata.
S’alzò lentamente in piedi, pronto a chiudere la storia una volta per tutte: chiuse le mani sul bastone, irrigidì le braccia, tirò un sospiro profondo e svoltò l’angolo di colpo.
Urlò.
Un volto orrendo lo guardava dalla finestra, e gli ci volle un po’ per riconoscervi una luna insolitamente grande e limpida, come mai ne aveva viste fare capolino tra i palazzi simili ad ossa in quella luce infetta. L’intera stanza era pallidamente rischiarata dal plenilunio, la tempesta era finita e la luce bianca si era scavata una via attraverso le nuvole fin dentro il suo appartamento, andando a far brillare proprio la vecchia macchina da scrivere, facendola sembrare sommersa d’acqua limpida e fredda. Un foglio era infilato nei meccanismi.
Si sedette, guardò per un po’ la luna di fronte a lui, grosso specchio polveroso, poi sfilò il foglio e lesse ciò che vi era scritto: tra numerosissime cancellature e riscritture, una sola frase era leggibile; diceva: Vieni con me.
Rimase per un po’ a guardare quel pugno di lettere incerte, sentendosi svuotato.
Andò alla finestra e l’aprì, l’aria fredda gli graffiava le guance.
La luce della luna l’avvolse, densa come la malinconia.
Chiuse gli occhi, sorrise.

Four words literary contest

Salve a tutti voi, evanescenti lettori del Cabo.
Vi si presenta ora un esperimento partorito dalla mente di quattro di noi, e più precisamente il "gioco delle quattro parole", pomposamente rinominato "Four word literary contest". In cosa consiste? Semplice: si prendono quattro individui con velleità letterarie e gli si fa scegliere una parola ciascuno; le quattro parole risultanti dovranno essere inserite in un breve racconto che verrà poi pubblicato su questi lidi informatici di pubblico dominio. Le parole scelte dai partecipanti di questa prima prova sono:
Software
Macchina da scrivere
(o per scrivere)
Respiro
Crackers
Attenzione, però, le quattro parole dovranno essere funzionali al racconto, non semplici controfigure, cosa che rende il tentativo un po' più stuzzicante.
Non sicuri del successo di quest'iniziativa, abbiamo preferito provare in pochi, una specie di test, sperando che la cosa vi interessi e vi spinga a chiederci dell'altro, magari un "five" o "seven words", che sarebbe sicuramente più intrigante.
Le cavie prescelte rispondono ai nomi di M.P., Half-Lung, Nick Stu e Tinker Bell e i loro racconti vi saranno presentati un giorno alla volta,a cominciare da quello di M.P. (ovvero del sottoscritto, scelta non di comodo, mi hanno persuaso con dolci parole).
Allora, godetevi queste quattro perle (?) e scrivete, scrivete, scrivete ciò che ve ne è parso.
A presto,
M.P.

Malinconia

Immaginate di vederlo da lontano.
Un'ombra in lontananza.
Giacca con il bavero alzato per coprirsi.
I pochi capelli sparsi al vento.
Immaginatelo là, sopra a quella scogliera.
Lo vedete?
Guarda il mare.
Immaginate stia pensando alla vita.
Guarda il mare.
Immaginate di avvicinarvi.
Blu, il cappotto è blu.
Se ne sta con le mani in tasca.
Fa freddo, ma la vista è così bella che vale la pena patire un pò.
Immaginate di camminare verso di lui.
Sta pensando alla vita, ricordate?
Arrivate fino ad invadere il suo spazio.
La sua intimità.
Fino a toccarlo.
Una ruga gli solca la guancia.
Sembra il percorso di una lacrima.
Con le mani in tasca pensa alla vita.
Guarda il mare.
Immaginate di potervi mettere accanto a lui.
E poi di fronte. A guardarlo.
Immaginate il sorriso delle sue labbra.
Illuminato.
Risparmiato dal vento.
Immaginate quel sorriso carico di malinconia.
E fissatelo negli occhi.
Fissatelo, se ne avete il coraggio.

mercoledì 14 novembre 2007

E di nuovo benvenuti

Come va? Noi benissimo, grazie, perché abbiamo una nuova carta nella nostra mano: si è infatti aggiunto alla più che notevole redazione del Cabo K.M., cantore di strada di cui potete godervi il bel blues qui sotto, come una specie di anteprima dei suoi lavori futuri, che sono certo non mancheranno di piacervi.
E' tutto. Fino alla prossima, godetevi la vita e siate felici...e lasciateci qualche commento, pliz, che qui si lavora solo e solamente per voi lettori, nella speranza di accendervi qualcosa dentro con le nostre scritture.
A presto,
M.P.

martedì 13 novembre 2007

Baby

Un tubo di ottone,
mani grondanti di Blues,
l'indice piatto sul manico e l'anulare in bilico tra le dita.
L'equazione è facile:
Uno...quattro...cinque
scivolare continuare a scivolare.
Un missisipi nero di malinconia corre tra campi bianchi di cotone

-labbra cotte dal sole piangono strani frutti-
Pause nere e ritmi tagliati.
Blues per le gonne che si alzano sotto i portici,
Blues per i latrati di un cane,
Blues per le acque stagnanti.
Armonici......
Prego abbassare il volume in uscita.


K.M.

martedì 6 novembre 2007

Forse

Qualche giorno fa ho fondato (si dice fondato?) un movimento artistico. Ne vado molto orgoglioso, quindi ho deciso di condividerlo con gli altri. Non sapendo però scrivere un manifesto, ho deciso di scrivere un manifesto, rendendo così manifesto il fatto che io non sappia scrivere un manifesto.
Un manifesto si articola sicuramente nei seguenti punti: che sono esattamente questi (:) due punti. Quali poi siano questi due punti, che ne so? ma poi chi se ne frega?

-Manifesto del Degeneratismo-
Il secolo delle rivoluzioni è finito da un pezzo. Non è neanche iniziato si può dire. Ma se guardiamo un po' più da vicino.
I punti fondamentali del Degeneratismo sono due: degenerare.
Come al solito, due punti, più degenerare fanno tre. Questo è Degeneratismo.

Bisogna degenerare, dissero
Bisogna degenerare, per dio (o Dio per i monoteisti), dissero con maggiore enfasi
Bisogna iniziare bene, poi degenerare. Ma questa è una traccia e non una regola. Qui degeneriamo, per le regole rivolgetevi altrove...

Perdere il proprio stile è il primo passo da compiere. Chiunque abbia uno stile non è degeneratista. Uscite dagli schemi, ma non fatelo in modo banale. Magari fatevi arrestare se serve.

Il Degeneratismo è un movimento artistico nato nel novembre del 2007, ma che dura poco.

Se volete aderire contattatemi (msn: nickstu@hotmail.it).

Addio ad Enzo Biagi

E' morto colui che probabilmente può essere indicato come miglior giornalista italiano del secolo.

Gradirei commenti da tutti voi.

lunedì 5 novembre 2007

Un'isola felice...


Oggi vorrei proporvi un sito.
E non dico altro, rischierei di darvi troppe informazioni, invece voglio lasciare a voi la curiosità di visitarlo. Vi lascio però un indizio (sono troppo buono)... Va bene va bene ve lo dico non ce la faccio a trattenermi...
Si tratta di un vignettista, si fa chiamare Rododentro, ma non so quale effettivamente sia il suo nome, forse Filippo, comunque questo è il suo sito/blog http://rododentro.blogspot.com/index.html.
La vignetta postata è tratta da questo sito ed è dunque un suo lavoro. Addio.

sabato 3 novembre 2007

Il fascino (in)Discreto della cinematografia

Salve a tutti i lettori del Cabo.
Incredibile ma vero, troviamo ancora dei folli disposti a pubblicare da free lance sul nostro giornaletto telematico, quindi ecco a voi un ottimo articolo del buon Mell (gli pseudonimi sono la norma, su cquesti lidi), studioso di cinema e feroce critico dell'appena conclusasi Festa Internazionale del Cinema di Roma. Evito qualsiasi giudizio, lasciando a voi i commenti.
A presto,
M.P.


18-27 Ottobre 2007:

FESTA INTERNAZIONALE DEL TAPPETO ROSSO DI ROMA


Caro signore Organizzatore della Festa Internazionale del Cinema di Roma, che ha parlato tanto bene e tanto a lungo nelle Università della città al fine di coinvolgere il maggior numero possibile di studenti, che ha introdotto riduzioni (del 10 %, ovvero 6,30 invece di 7 euro) per i giovani di età compresa tra i 18 e i 26 anni, che ha dotato la città di servizi di trasporto pubblico per agevolare il raggiungimento dell'Auditorium (posto in una zona lontana dalla Roma universitaria), che ha invitato Bertolucci a tenere una lezione sul cinema, che ha convinto Malick a conferire riguardo all'illustre cinema italiano attualmente in crisi, che è riuscito a raccogliere intellettuali del calibro di Enrico Ghezzi e Franco Battiato in un incontro solo alla modica cifra di 5 euro...

Non si è accorto delle numerose code inutili agli sportelli delle biglietterie?
Non si è accorto del gap tra domanda e disponibilità dei posti o ancora dello squilibrio tra posti disponibili e posti assegnati agli accreditati?
Non si è accorto delle numerose chiamate infruttuose al centralino della biglietteria telefonica e, soprattutto, non si è accorto che il numero di questo servizio è un 199 e per tanto a pagamento (e salatissimo per giunta)?
Non si è accorto che anche i film in arabo con sottotitoli in aramaico stretto risultavano "tutto esaurito" già qualche giorno prima della proiezione e che la sala della Casa del Cinema, dove si proiettavano film classici italiani gratuitamente, riusciva ad accogliere solo un terzo delle persone in coda?
Ma soprattutto, non si è accorto che i giovani sono risultati in realtà tagliati fuori da questo illustre Festival cinematopolitico?
Lo studente fuori-sede medio abita nel migliore dei casi a San Lorenzo o in Piazza Bologna (o altrimenti, più di frequente, sulla Casilina, sulla Prenestina, a Montesacro o a Roma Sud), non è dotato di un mezzo di locomozione, ha a disposizione un budget molto limitato ed è, di norma, impegnato per i corsi universitari dalle 9 di mattina alle 6 di pomeriggio.
Ora, dando uno sguardo al programma, individuando attentamente orario e luogo degli eventi e delle mostre, aggiungendo poi l'esigenza di prenotare almeno una settimana prima ed unendo infine il fatto che il programma è distribuito esclusivamente all'Auditorium Parco della Musica di via De Coubertin (o in maniera disorganica, inizialmente, su internet), risponda ad una semplice domanda: come può uno studente partecipare agli eventi del festival?
Si sarebbe potuto ovviare ai seguenti disagi in maniera molto semplice creando una collaborazione con le università romane, o almeno con quelle dotate di corsi di laurea riguardanti strettamente il campo cinematografico, si sarebbe potuto creare un circuito parallelo al mainstream con spazio ai giovani (simile al vostro concorso di cortometraggi, ma organizzato e pubblicizzato in maniera più efficace e seria) che, casomai, toccasse più parti di Roma con proiezioni pubbliche in diverse piazze della città. Sarebbe stato opportuno fare in modo che in tutta la città si respirasse l'aria della festa del cinema e non solo all'interno dell'Auditorium da coloro i quali vestivano elegantemente il cartoncino "pass" come fosse un orologio da tasca di platino. Sarebbe stato molto facile prevenire le pecche evidentissime del Festival, ma non è stato fatto niente, svelando così il disinteresse verso il giovani celato dietro la facciata dell'impegno e della promozione sociale.
"I giovani sono apatici e prevenuti contestatori del potere" - si potrebbe sentire dall'alto della terrazza del Pincio - non è assolutamente vero (nella maggioranza dei casi): basta promuovere eventi validi, spendere i soldi dei contribuenti in modo giusto ed evitare prese in giro per smuovere le corde assopite dell'approvazione e della partecipazione non polemica giovanile.
Sarebbe bastato badare meno alla forma e più ai contenuti, meno all'apparenza e più alla pratica... ma del resto la politica italiana è così, si sa, e non è facile cambiare qualcosa che si è radicato nell'essenza... si dovrebbe però evitare il contagio... ci vorrebbe una quarantena...
Ora signore Organizzatore della Festa Internazionale del Cinema di Roma sia sincero, sia onesto. Come è riuscito ad organizzare così male un festival che si presentava nel migliore dei modi (Ottimo il programma, ottime le mostre, ottimo l'ambiente, ottimi gli intenti)?
Forse fa parte anche lei della cospirazione che mira a fare del cinema un evento extra-artistico costituito da un allegro tappeto rosso con intorno qualche flash!


Mell



NB : L'esclusione dagli eventi di punta del festival mi hanno provocato una demenza temporanea della quale sono tutt'ora affetto, per cui non badate troppo alle mie parole.
Se tra i "pariolini", "pottini", "chiattili" o giornalisti, fotografi presenti agli incontri qualcuno avesse filmato qualche spezzone, vi sarei grato se metteste a disposizione un po’ di materiale su internet.

giovedì 1 novembre 2007

Requiescat in pacem

Fratelli e sorelle, siamo qui riuniti per piangere la morte della nostra esimia concittadina: La Repubblica. Tutti noi la conoscevamo, chi solo di vista, chi più profondamente; chi la frequentava per far bella figura e chi solo per avere il libro in allegato.
Chiedo scusa se il mio parlare è stato finora ambiguo, ma il cadavere che seppelliamo oggi non è quello marcio, corrotto, putrescente e disgustoso della Repubblica Italiana, bensì il corpicino cartaceo della Repubblica, quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e diretto da Ezio Mauro. Quanti di voi sono cresciuti sfogliandolo? Io si, e sono sinceramente addolorato.
Perché? Chi avesse letto la Repubblica di recente si sarà accorto che quello che era uno dei pochi (forse l’unico insieme all’immortale Corriere della sera) quotidiani italiani non asserviti alle logiche di partito, è ultimamente scaduto a mezzo di propaganda del nascente partito democratico (almeno nelle pagine di politica interna). Evitando le polemiche sul minestrone democristiano-socialdemocratico che tentano di propinarci come nuova ventata nella politica italiana, voglio solamente constatare come sia ormai impossibile fruire di un’informazione indipendente ed oggettiva nel panorama giornalistico del bel paese, rammaricandomi per i miseri meccanismi del potere, che infiltrano i loro tentacoli viscidi in ogni pertugio rimasto libero dalla contaminazione cui si sta assistendo. Inoltre, l’impaginazione e la grafica della Repubblica erano originali e accattivanti, e mi dispiace ancora di più perché mi vedo costretto a scambiarle per quelle più asettiche e classiciste del Corriere. La grande cultura, e con lei l’intellettuale moderno ( o presunto tale), producono al meglio quando avversano i poteri precostituiti, non quando vi si sottomettono docilmente, scendendo a patti in cambio di visibilità, denaro, o qualsivoglia privilegio. Beh, è tutto, se il quotidiano in questione è troppo radicato nel vostro immaginario, vi consiglio di acquistarlo ugualmente, e lasciare all’edicolante tutte le pagine all’infuori della rubrica culturale, quella si, la migliore sul panorama italiano.

A presto.

M.P.

sabato 27 ottobre 2007

Liberi libri

Buonasera a tutti i lettori di cabo (ci siete, vero?).
scrivo questo piccolo post per segnalare un bellissimo sito che mi è capitato di pescare nel mare magnum del web, ovvero www.anobii.com un angolino per amanti della lettura in tutte le sue forme, dove potrete creare una vostra libreria virtuale, confrontarla con quella degli altri utenti, scambiarvi opinioni su libri letti e autori e creare dei gruppi a tema.
Io mi ci diverto un sacco (sembra di essere in un'immensa libreria dove tutti i commessi sono tuoi amici), spero che piaccia anche a voi.
Beh, è tutto, tornate a trovarci presto, e poi tornate ancora, e ancora, e ancora, e ancora....
M.P.

venerdì 26 ottobre 2007

Quesiti

Leggendo quanto scritto in questo blog mi son rivenuti in mente un paio di interrogativi:

-Veramente il verso libero è un'operazione di Postmodernismo? Ed ammesso e non concesso che lo sia, si tratta di una scelta o di una necessità? Ed, infine, se, come è probabile che sia, si dovesse avere la necessità di scegliere, quali sarebbero i motivi, le cause intrinseche di una scelta che a noi appare come spontanea ma che dovrebbe appunto essere il vessillo di un certo modo di pensare?

- Secondo interrogativo: su cosa si basa la perfezione estetico-gustativa della dicotomia pane-marmellata?E chi ha saputo prendere una decisione così decisiva come quella che ha introdotto il terzo incomodo nello standard occidentale della colazione(ovvero il BURRO)?Non sembra strano, non si avverte un non so chè di cospiratorio in una scelta così machiavellicamente precisa? Verrebbe da chiedersi dunque se in un primordiale disegno celeste la fetta biscottata non avesse già uno strato di grasso animale su di sè, a separarla in maniera quasi conventuale dalla dolce Marmellata. Da questo seguirebbero ulteriori logiche questioni, quali l'innegabile, oggettiva superiorità del pane tostato di fronte alla fetta biscottata. Sfido chiunque a sostenere il contrario. E' un'azione teorematicamente impossibile, oltre che priva di buonsenso .

gradirei lumi.

mercoledì 24 ottobre 2007

Il mare non finisce, il mare inizia soltanto...

Buona notte.
Un benvenuto alla nostra Venditrice di morte, che si è aggiunta a noi in questa piccola crociata letteraria.
Spero che i suoi versi decadenti vi piacciano, personalmente sono orgoglioso di averla con noi...giuro (anche Half-Lung è della mia stessa opinione).
E allora via, issiamo le vele, che la nostra nave ha imbarcato un nuovo marinaio (hip-hip, urrà); porti esotici e lidi sconosciuti sono più facili da raggiungere, adesso, anche se speriamo di non raggiungerli mai, perchè la destinazione non importa, in fondo dopo il Cabo non c'è altro che mare...
M.P.

martedì 23 ottobre 2007

Storie di cronopiòs e di famas



Salve a tutti.

Mi scuso in anticipo per le dimensioni dell'immagine ma questo passa il convento. E ripensandoci non sono in anticipo.

Lasciatemi premettere che sto scrivendo accompagnato dalle note di Speak Like a Child,Herbie Hancock. Mai fu commesso errore più grande da un mortale con l'intenzione di parlare di un libro.

Eh si,perchè,paradossalmente, un disco del genere dovrebbe accompagnarmi e lasciarmi scivolare nella tranquillità come sabbia che filtra tra le dita di un pugno chiuso; tuttavia, trovo impossibile trovare tranquillità tra le sonorità di un disco così...più che astrarmi verso un'isola di concentrazione mi viene da percorrere le strade affollate disegnate dalle sinuosità di questa musica.Ascoltatelo,e se vi va,fatemi sapere cosa ne pensate.

Vorrei andare ora ad illustrarvi una new entry del mio scaffale,accanto alla mensola del Vino di Porto. Prima che me ne dimentichi,però vorrei parlarvi dell'iniziativa che il vate Mezzopolmone ha intenzione di portare avanti,ossia la stampa di una quantità spropositata di adesivi che in qualche modo rappresentino il nostro blog, al fine di appicicarli su qualsiasi cosa possieda una superficie degna di ricevere il bacio del nostro fottuto collante. Parliamone:megalomania,coraggio o pasta coi broccoli?secondo me tutte e tre le cose.Ma parliamone.


Dopo essermi dilungato di circa un pochettino sul tema principale di quest post,vi dirò cosa mi ha spinto a scrivere quanto sto scrivendo: siete veramente capaci di descrivere un gesto come salire le scale?

Io si.

Ma quanto si trova nel libro di Cortazàr non è una semplice descrizione. Parafrasando la prefazione di Calvino al nostro libro, è un flusso di immagini a getto continuo le quali si incastrano con costruzioni geometriche in equilibrio su di un filo, bagnate dal principio dell'improbabilità. Salire le scale. Saliamo.

Salire le scale.

un ordine.un'azione talmente meccanica, automatica, quotidiana, routinaria,blandamente priva di qualsiasi tipo di fascino estetico. Cosa ne possiamo dire...salire le scale,salirelescale...forse qualche metafora,un allegoria cristologica. Poco sensato.

Cortazàr dimentica qualsiasi nozione referenziale,inconscia e non,di cui un essere umano occidentale sia in possesso, circa il salire le scale. Il risultato è comico, surreale, un lancio di dadi, una finestra che si affaccia sullo schizzo,carbone,di un pittore,romantico,poeta,artista,sognatore,musicista qualsiasi.


Questo è il primo volume del libro: Manuale di istruzioni. Poche pagine, volano via in un attimo. Un insieme di istruzioni, piccoli brani dal forte contenuto estetico,composti mediante l'uso di un linguaggio davvero semplice,per stessa ammissione dell'autore.Totale assenza di narratività sia chiaro. Per me si tratta di un'esperienza alla quale bisogna dedicarsi, pensare.

Julio Cortazàr, "Storie di Cronopios e di Famas" pp.150 Einaudi editore(8,20 Euri)

L'opera non si chiude qui, a differenza di questo mio primo commento su di essa. La mandria di calzini che pascola allo stato brado sul mio letto necessità della mia attenzione,per essere governata e rimessa accanto al gregge di mutande.Per chiudere questo mio primo intervento vorrei però riportare un episodio della biografia di Cortazàr(1914 Bruxelles-1984 Parigi)

Nel 1981 gli viene diagnosticata la leucemia.
1982: Con partenza il 23 maggio, viaggio Parigi Marsiglia in 33 giorni con Carol Dunlop. Le regole:mai uscire dall'autostrada, esplorare nel dettaglio due aree di parcheggi al giorno con sosta obbligata per la notte nella seconda, tenere un minuzioso diario di viaggio a due: ne nascerà Los autonautas de la cosmopista. Carol Dunlop, anch'essa malata di leucemia, muore in autunno.

Tornerò a commentare "Storie di Cronopios e Famas" e spero che il seme della curiosità si sia insinuato nel vostro fegato(perchè è lì che si sente di più).

Buonanotte


p.s.Un grazie a Giulia per avermi calato in questo universo di estetica surreale...

TRAGICOMICO PALCOSCENICO DI ANIME

Guardavo il mare
sospirare affannosamente
le ultime note
di un'armonia ormai sopita...
Il caldo sangue creolo sembra
prosciugarsi
in quest'arena dove pallide ombre
vagano sussurrando
misteriosi nonsensi...
mi siedo,
in silenzio,
al mio posto...
Aspetto che lo spettacolo inizi...
Mostratevi anime inquiete
chè forse nella vostra angoscia
scorgerò la mia...
bianca e pallida inconsistenza
di cose morte...
A.M.

Consigli,impressioni sono gradite...

SALVE!

Salve a tutti e a tutti un caloroso abbraccio!vi ringrazio di avermi dato la possibilità di pubblicare le mie poesie su questo blog..Un grazie speciale al Dott.M.P. col quale dovrò ancora condividere lunghi ma proprio lunghi anni di università MARCO RULES!Smetto di tediarvi con le mie noioise chiacchiere...Saluti e ancora saluti e tante care cose..olè

lunedì 22 ottobre 2007

nuovi orizzonti di conoscenza

Salve hostelli del sitello

oggi vado a proporvi,anzi, vorrei richiedere un vostro giudizio su una nuova forma di apprendimento proposta dalla mia università(l'ateneo di Firenze,per quei pochi che non lo sapessero[non che la mia celebrità superi i limiti dell'iperuranio,ma semplicemente perchè i frequentatori del blog mi conoscono"precisazione obligatoria"nda] che risponde al nome di Moodle, ed è un abbozzo di e-learning proposto dall'università italiana.

Molto probabilmente i miei colleghi delle varie università, in particolar modo della Sapienza di Roma(come ho già saputo), avranno già avuto modo di fare esperienza di questa piattaforma. Per quanto riguarda la mia personale esperienza sto seguendo un corso denominato "Language and Cinema",afferente al programma del terzo anno del curriculum di Lingue e Letterature straniere, tenuto dal Prof. Edward Tosques. Putroppo non si può accedere alla pagina del corso nemmeno come guest ma se volete una sommmaria descrizione dei contenuti del corso date un'occhiata qui.

In cosa consiste questo corso? Il topos è,appunto lo studio dell'utilizzo del linguaggio nel cinema, attraverso l'analisi della produzione cinematografica ispirata dal romanzo di Mary Shelley Frankenstein,or the modern Prometheus. La lectio ex cathedra è fondamentalmente canonica, anche se siamo solo alla terza lezione. Il professore cammina per l'aula gorgogliando in maniera eccitata quanto previsto dal menu du jour(il corso, va detto, è molto stimolante;vengono illustrati numerosi rimandi di natura filosofica, volti ad individuare le altrettanto numerose sfumature filosofiche presenti nell'opera, pilastri fondamentali della vita stessa dell'autrice). Seguiranno, nelle successive lezioni, proiezioni dei film di cui sopra.

La onlineeità del corso(mi prendo il privilegio di non usare le virgolette, dato che l'Accademia della Crusca mi ha dato l'okkei per inserire il termine nel Garzanti)consiste praticamente nello svolgimento dei "compitucci a casa",= fornire dei feedback inerenti alle lezioni, con l'obbligo di usaer internet come mezzo di risorsa. Questo, a mio avviso è dimostrazione di un certo grado di maturazione sotto due punti di vista:primo, si riconosce l'ormai innegabile importanza della rete come strumento di informazione; secondo,si responsabilizza lo studente nell'uso di questo strumento:il professore, difatti, nel caso in cui la vulpecula scolastica tenti di scopiazzare et incollare semplicemente da Wikipedia o da qualsiasi altra fonte(le quali vanno ovviamente citate) lo sgama, provvedendo poi alla successiva ed automatica operazione di inculamento dello studente in questione.

Per quanto si sia ancora lontani da un completo uso delle potenzialità dell'informatica, a mio avviso questo tentativo può costituire un prodromo di una possibile, probabile e successiva evoluzione. E la cosa è figa, oltre che comoda.

Gradirei ricevere osservazioni o anche personali esperienze sull'argomento dai sempre meno sparuti visitatori di questo nostro tempio della mela.

Bernardo

sabato 20 ottobre 2007

Poesia conto terzi

Buongiorno a tutti i frequentatori del cabo.
Di seguito troverete una poesia che mi è stata passata affinchè la pubblicassi (ora addirittura ce lo chiedono, non dobbiamo implorarli).
spero vi piacerà come è piaciuta a me. L'autore è voluto rimanere assolutamente anonimo, permettendomi solo di mettere le sue iniziali (piccolo vezzo che, evidentemente, condividiamo), perciò leggete e commentate gente, commentate...
M.P.

Stagioni oblique

Fui fantasma d'inverno,
(sorrette dal vento)
con la primavera tra le dita e l'autunno
(foglie rossolucenti)
nei capelli.
Scrissi lettere alla mia estate
(fresche di gabbiani)
che solo la stanchezza m'impedì
di firmare.
(nuotano nel sole)
e le lasciai...

A.C.

Inconsapevolmente infida tecnologia

Ho da poco scoperto che posso giocare a bowling comodamente sdraiata sul divano, con tanto di pantofole e copertina. Nel frattempo, ovviamente, chiacchiero con quarantacinque persone diverse, di cui un paio, preferibilemente, residenti in Cina o Venezuela.
E la lontananza non influisce. Ho a disposizione innumerevoli faccine idiote per mostrare quanto sia loro accanto: una decina di omini che ridono (alcuni che addirittura si rotolano), una dozzina di personaggi che piangono, ognuno con un pathos diverso, e pernacchie, saltelli, occhi dolci e chi più ne ha più ne metta.
E non mi devo preoccupare di arrivare fino all'edicola (fosse mai che metto piede al freddo) un paio di tasti e anche il quotidiano tramite web è a casa mia - dietro lo schermo, ma c'è!
Ma io chiedo, a me e a voi accaniti usufruitori : siamo proprio certi che assecondare la nostra pigrizia con i trucchetti della tecnologia sia un bene?
A volte ho l'impressione che per ogni maledetto tic della testiera ci sia un'emozione, una sensazione che si perde.

Cercare di trovare una posizione comoda per leggere il giornale, che è troppo grande per sfogliarlo,che poi finisci a terra con i fogli sparpagliati e tu che giri attorno saltando da un articolo all'altro.
E trovare una lettera per te tra la posta, tenerla tra le mani finchè sei da sola, godendoti l'attesa.
E una risata di cuore, un occhio che non sia lucido di pixel, un abbraccio che non sia solo virtuale.

Nè anacronismo nè malinconia.

E' questione di essere avidi di emozioni, che siano intense o sottili, ma che devono essere strappate con forza dall'attimo. E che la tecnologia (ancora non ho capito se infida o inconsapevole) ha il vizio di nasconderci.

lunedì 15 ottobre 2007

Piccoli registi crescono

Signore e signori, monsieures e mesdames, senhores e senhoras, la redazione di Cabo è lieta di presentare "Bounty Killer", western allucinato dalla ruvida mano di Nicolò Mazza de' Piccioli, promessa bergamasco/romana della settima arte.
Se volete saperne di più su questo protagonista della cinematografia underground visitate www.nikoisdifferent.com
Giusto per la cronaca, le musiche del cortometraggio sono state composte ed eseguite da Nick Stu, uno dei "soci anziani" del Cabo.
Scriveteci cosa ve ne è parso, anche perchè vedere i nostri sudati post senza commento ci mette un po' d'amarezza...

Michael Clayton e la ricerca della conoscenza

C’è un accordo di settima minore che mi sussurra all’orecchio mentre batto sulla tastiera. Non faccio mica per dire, è che qualcuno suona, ora, indifferente alle parole cui dò forma sullo schermo.
Sono stato al cinema ieri sera, davano Michael Clayton: la pellicola mi si srotolava davanti agli occhi e io stavo lì, storto su di una poltrona troppo piccola, con poco spazio per le gambe.
Proprio quando la mia ammirazione per una denuncia così forte e velata insieme era al suo zenit la ragazza accanto a me ha cominciato a russare e contemporaneamente un tizio, seduto dietro, ha dichiarato di non aver afferrato un’acca, sinora. Evidentemente le mie capacità critiche non valgono la suddetta acca, oppure mi sono capitati due vicini digiuni di buon cinema, probabilmente un po’ dell’uno e un po’ dell’altro (ecco qua, ottimo esempio di bipolarismo e contraddittorio, visto che se ne parla di questi tempi).
Ora, disgraziatamente, non posso fare a meno di pormi una domanda molesta e noiosamente retorica, ovvero: quanti degli spettatori di stasera hanno infilato il cappotto trasformati in percipienti? (parolaccia difficile e in disuso, ma mi piace perché assomiglia a “recipienti”, che è un’ottima metafora per quello che dovrebbe essere il nostro atteggiamento di fronte ad un’opera d’impegno, di qualsiasi natura essa sia).
In fondo mi piace pensare che sia la ragazza dal sonno pesante che il tizio cui è sfuggito l’intreccio porteranno a casa qualcosa, perché un film non finisce ai titoli di coda come un libro non si chiude mai veramente all’ultima pagina, ma continua a sfogliare dentro di noi, chiedendoci un parere o volendo solo fare due chiacchiere; ci tirano la manica come un bimbo annoiato, chiedendoci un po’ d’attenzione, andando a comporre un puzzle di consapevolezza che tutti stiamo costruendo pezzo per pezzo, anche sapendo che difficilmente riusciremo a posizionare l’ultimo tassello, perduto o introvabile che sia.

A presto,

M.P.

mercoledì 10 ottobre 2007

Il lardo della conoscenza

Il gruppo cresce, e nel crescere del gruppo cresce ciascuno di noi. Così il gruppo cresce a sua volta e i suoi componenti a volta del gruppo e volta propria. E come i più arguti stanno già pensando, questo meccanismo porta ad una crescita continua del gruppo e dei suoi componenti, con un meccanismo simile a quello che avviene in un reattore nucleare.
E quando ci renderemo conto di essere diventati delle montagne di grasso senziente, grandi quanto colti, allora ci renderemo conto di poter leggere l'ultima riga del libro della verità, ma di non riuscir neanche a muovere le labbra per sussurrarla al mondo.
Così voglio porgere il mio personale benvenuto a tutti coloro cui non l'ho porto finora, ma in particolare a coloro che non conosco personalmente, nel qual caso a
E lo porgo in questo modo perché l'idea di diventare un ammasso di sostanza inamovibile mi intriga...

martedì 9 ottobre 2007

Un nuovo "poet" che scruta l'oceano...

Voglio porgere (un po' in ritardo, a dire il vero, e me ne scuso) le mie sincere congratulazioni e un caloroso benvenuto a Tinker Bell, il nuovo anello della nostra catena che, a quanto pare, nonostante il poco successo finora raccolto (sic), continua ad allungarsi e rinforzarsi (evvai). Grazie di aver scelto di unirti a noi e grazie per aver condiviso con la redazione del Cabo (e con i nostri sparuti frequentatori) questo splendido post, anche coraggioso, per la forte carica intimistica che porta con sé. Quindi, tirado le fila, sarebbe carino farci sapere cosa ne pensate del nostro nuovo "acquisto"...a noi piace un sacco.
a presto,
M.P.

domenica 7 ottobre 2007

E da qui inizio...

"Dove la terra finisce e il mare inizia..."

Entità così diverse si toccano fino a fondersi, e con difficoltà ricerco il limite tra i due.
Ma esiste un limite? O è solo un insieme di sfumature?
Dal verde, lentamente, fino al blu, insieme di impercettibili colori scorre sotto i nostri occhi. Troppo presi dalla forza del definito, dimentichiamo la leggerezza delle sfumature.
Non gioia, non dolore; questi sono colori forti, toni decisi che cogliamo con facilità.
Ma l'attimo, quell'istante in cui uno sguardo distratto diventa attento, quando dal pensiero passo all'immaginazione, queste lievi sfumature che si esprimono con noi sono davvero colte?
Non sempre.

Siamo accecati dal rosso dell'ira, dall'azzurro del sentimento; e avvolti da queste emozioni prepotenti dimentichiamo l'istante in cui il nero diventa blu.
Non si tratta di sensibilità o di attenzione, no.
Forse dovremmo imparare ad assaporare davvero ogni istante, senza aver fretta di correre avanti, saltare al passo successivo, arrivare al colore deciso.

"Impercettibili sfumature,
così difficili da dimenticare,
così decise da trasformare sorrisi in lacrime" cantano i miei vissuti ginnasiali.

Ed io vorrei proprio questo. Senza concentrarmi su risa o pianti, soffermarmi nel momento in cui il volto cambia espressione.

Nell'attimo in cui, vedendo ancora l'ombra del sorriso, cade la lacrima.

martedì 2 ottobre 2007

Ieri

Pensiero.
Corre veloce, neanche lo afferri ed è già passato.

Rinchiuso lì, insieme a tutto il resto, a tutto ciò in cui amiamo perderci in cerca di qualcosa di migliore, in cerca di qualcosa che non siano il presente che non va, che non abbiamo il coraggio di prendere a calci.
Preferiamo rimanere lì, ancorati a ciò che potrebbe essere stato senza considerare che non potrà essere.
Non potrà essere.
È questo infatti il punto, ossessionati dal passato, rischiamo di non giocarci il futuro, come abbiamo fatto con il trascorso.
Non potremo volgerci al presente, non potremo visitare altri porti, magari migliori, magari peggiori, ma che avvicinano sempre alla metà finale.
Casa.

Cosa è il tempo? Una cosa ti sfugge via e non ti ritorna.
Non ritorna mai.
Nietzsche diceva che essendo le cose del mondo finite, e il tempo infinito, prima o poi qualcosa che è già successo accadrà di nuovo.
Accadrà di nuovo.
Ma come pensare che una cosa già successa possa accadere di nuovo?
Ora il discorso di Nietzsche sicuramente va su piani più alti e meno spiccioli di quanto uno studente di medicina possa considerare, ma la domanda è lecita.
Come si può pensare che una cosa già successa possa accadere di nuovo?
O meglio come si può pensare che una cosa già successa possa accadere allo stesso modo?
L'uomo cambia, è proprio il passato che lo fa cambiare.
Il problema è quando il passato lo tormenta.
Lo tormenta e non smette di farlo. Non smette di farlo.
Anzi non ci pensa nemmeno a smettere.
E come riuscire ad andare avanti?
Come fare?

domenica 23 settembre 2007

Ismalia

Spesso, studiando la letteratura d'espressione portoghese, mi è capitato di trovare autori validissimi ma praticamente sconosciuti in Italia. Se si eccettuano Saramago, Amado e pochi altri fortunati, i lusofoni hanno avuto decisamente poca fortuna sui nostri lidi; ecco perchè ho pensato di pubblicare una bella poesia di Alphonsus de Guimarãens, altro esimio sconosciuto, tradotta da me (sic), in assenza di linguisti migliori. Per chi volesse approfondire l'opera di quest'autore, c'è un articolo (in portoghese) su wikipedia (http://pt.wikipedia.org/wiki/Alphonsus_de_Guimaraens), non molto esauriente, purtroppo...fatemi sapere cosa ne pensate (della poesia e della traduzione).
A presto,

M.P.

P.S. Un ringraziamento specialissimo a Giulia, che, essendo una traduttrice molto migliore del sottoscritto, mi ha dato un paio di buoni consigli e un paio di ottimi consigli.


Ismália

Quando Ismália enlouqueceu
Pôs-se na torre a sonhar...
Viu uma lua no céu,
Viu outra lua no mar.
No sonho em que se perdeu,
Banhou-se toda em luar...
Queria subir ao céu,
Queria descer ao mar...
E, no desvario seu,
Na torre pôs-se a cantar...
Estava perto do céu,
Estava longe do mar...
E como um anjo pendeu
As asas para voar...
Queria a lua do céu,
Queria a lua do mar...
As asas que Deus lhe deu
Ruflaram de par em par...
Sua alma subiu ao céu,
Seu corpo desceu ao mar


Quando Ismália impazzì
Salì sulla torre a sognare…
Vide una luna nel cielo,
Vide una luna nel mare.
Nel sogno in cui si perse,
Si bagnò tutta nel chiaro di luna…
Voleva salire in cielo,
Voleva scendere in mare…
E, nella follia sua,
Sulla torre si mise a cantare…
Era vicina al cielo,
Era lontana dal mare…
E come un angelo sospese
Le ali per volare…
Voleva la luna del cielo,
Voleva la luna del mare…
Le ali che Dio le diede
S’agitarono tutte…
La sua anima salì in cielo,
Il suo corpo scese in mare

giovedì 20 settembre 2007

Come non dormire ascoltando i commenti delle pecore fosforescenti.

Dassisia il caso che io non dorma nell'attualità di questa notte(ove notte non [v'è)glio]. Dopo aver constatato che la mia tastiera è manchevole di tasti che io, e sicuramente non solo io, ritengo necessari alla corretta comunicazione di un messaggio come Cristo, Maometto o Paul McCartney comandano, vado a ringraziare la pletora di post-adolescenti che affollano questo...questo...(qual'è l'opposto di demagogico ma oceanicamente barocco?) blog. E' giusto sottolineare che questo è il mio primo intervento sul di cui sopra...avverto che non sarà il migliore...si tratta semplicemente di una testimonianza della mia esistenza, virtuale e non. Non troverete nulla di particolarmente geniale in questo post("per le palle di Manolo Tiengo, mi stava venendo il dubbio",direte voi)e poi stavo rileggendo e ci terremmo a specificare che post adolescenti non si riferisce ai post affetti da tempeste ormonali ma agli adolescenti che non lo sono più...nella loro fase post...con codella che mi sembra la precisazione più opportuna del mio intero post(post) concludo quello che doveva essere una sorta di editoriale di me stesso,volto principalmente a celebrare la graziosa presentazione offertami dal capo scappato di questo spazio interamente giòvanile e virtuale...

e vi dico evviva...buonanotte dal caposquadra del campo,dagli agenti in arancione e dai sacerdoti di Hiroshima...

martedì 18 settembre 2007

I Simpson: Il film


Mi sembrava doveroso fare una recensione di quello che è stato forse il film più atteso degli ultimi cent'anni (l'ho sparata grossa? Vabbè).
Quindi, ho visto il film dei Simpson e devo dire che l'ho trovato bello. La sceneggiatura è ben scritta e articolata, se si escludono delle battute col potenziale da tormentone scritte appositamente per la risata facile ("spider pork...spider pork"), e per l'occasione i vecchi disegni sono stati imbellettati di computer graphic, che rende tutto più accattivante.
I Simpson sono quelli di sempre (forse meglio di quelli dell'ultimo paio di serie), graffianti, dissacranti, feroci verso i mali dell'America in primis e del mondo poi; ogni minuto di film è pieno di rimandi, citazioni, doppi sensi che non sempre è facile cogliere, e, se si ha la sensazione di assistere ad una puntata allungata in un ora e mezza, i momenti interessanti (o esilaranti) si susseguono a buon ritmo, impedendo la noia.
Ora però arriva il paragrafo delle critiche (ebbene si, signore e signori, non me ne vogliate); ho potuto vedere il film anche in lingua originale e, sinceramente, il doppiaggio non ne è uscito a testa alta.
L'essenzialità e fulmineità di alcune gag vengono totalmente soffocate dall'elefantiasi di Tonino Accolla, che le adatta al suo stile di doppiatore, spesso ampliandole là dove non ce n'era bisogno (Penso alla scena con la slitta, dove un "Rest! Rest!" è stato reso con "Ferm! Ferm! Ripos in pash!), inoltre ho notato uno strafalcione (spero che non lo sia, spero che ci sia un motivo, spero spero spero...) di proporzioni epocali, laddove "Epiphany" (con il significato di "rivelazione improvvisa"), è stato tradotto con "Natale". Terribile.
Ok, fatte le critiche, due parole sulle musiche: lo "score" di Hans Zimmer è notevole, considerato che l'autore era ovviamente stretto nello stile già delineato da Elfman & socio (mi è molto piaciuta "spider pig" eseguita a cappella); la sigla che tutti conosciamo è invece stata affidata ai Green Day, che fanno anche una breve, divertente apparizione, e al sottoscritto è molto piaciuta.
Beh, sembra che abbia finito, vi consiglio di andarlo a vedere (se siete in un paese anglofono ancora meglio), vi divertirete e, se siete le persone giuste, magari rifletterete un po' su questa nostra società, in fondo nient'altro che ridicola.

venerdì 14 settembre 2007

Come together

Buone notizie sul fronte editoriale: un altro folle si è unito a noi in questa crociata!! Un sobrio applauso a Valefree, saggio scienziato da quel di Perugia, amante di aperitivi e Benson & Hedges. Sicuramente il buon valefree sarà uno stimolo alla perfezione per il nostro piccolo sito.
A presto,
M.P.

giovedì 13 settembre 2007



Oggi vorrei parlarvi di due libri. Due libri dello stesso autore: Martin Page.
Martin Page è nato il 7 Febbraio 1975.
Il suo romanzo d'esordio “Come sono diventato stupido” è stato pubblicato in Francia nel 2001.
M.P. parla della nostra società, di un mondo come il nostro che crede di essere razionale.
Antoine l'eroe del romanzo soffre per un eccesso di lucidità e a 25 anni cerca in ogni modo di diventare quello che non è, uno stupido.
Il male di vivere dei primi del '900 viene ripreso da Page in modo assolutamente satirico e divertente. Un libro pazzo ma forte.
Con il suo secondo romanzo M.P. ha bissato il successo dell'esordio.
“Una perfetta giornata perfetta” si apre con una sveglia che suona e con il protagonista che cerca in tutti i modi di suicidarsi.
Basta citare la recensione di “Le Monde”:
«Con sconcertante lucidità e un infallibile senso dell’umorismo, Martin Page ci fa vedere il nostro mondo prefabbricato e omologato. Per denunciare il nostro "magnifico orrore sociale", ha trovato la ricetta per trasformare il "piombo sociale in oro poetico".»
(Emilie Grangeray, «Le Monde»).
Due libri che fanno pensare, con il sorriso sulle labbra, un sorriso spesso amaro.

sabato 8 settembre 2007

Non è la storia, ma chi la racconta


Ho letto Stephen King per la prima volta quando avevo qualcosa come otto o nove anni.
Mia madre gironzolava per una libreria (credo fosse una Feltrinelli, ma non ne sono sicuro) e io gironzolavo a mia volta, pieno di un’attrazione irresistibile verso le copertine sgargianti.
Avevo già avuto il mio battesimo del fuoco letterario: avevo letto Lo Hobbit (trovandolo difficilissimo) una buona quantità di libri di Roald Dahl (Le Streghe mi procurò una lunga notte insonne) e altre cose che ora non ricordo.
Improvvisamente, passando in rassegna alcuni volumi fantasy e gialli (erano le mie letture preferite, all’epoca), la mia mano si posò su di un grasso libro in edizione paperback, lucido e profumato di stampa.
Non sapevo chi fosse Stephen King, ma capii subito che non doveva essere un tipo a posto.
Mio Dio, sulla copertina di quel libro c’era un triste uomo su di una sedia a rotelle coperto da un’ombra umana che impugnava un’ascia!!
Ritrassi la mano solo per scoprire che il terrore era ancora più grande.
C’era un’intera sezione di libri con copertine paurose, tutti dello stesso autore.
In uno, una terribile mano (ma sarebbe meglio definirlo solo un arto) usciva da un tombino per ghermire un’indifesa barchetta di carta.
Su di un altro c’era la più brutta scimmia giocattolo che avessi mai visto.
Da una copertina uno spaventapasseri (e potrei giurare che fosse vivo) mi guardava di sbieco.
Corsi da mamma, voi cosa avreste fatto?
Quelle immagini però continuavano a perseguitarmi; mi spaventavano, ma ne ero irresistibilmente attratto.
Alla fine, poco prima di lasciare la libreria, corsi dalle brutte copertine, scelsi quella che sembrava meno minacciosa (tutti quei libri erano minacciosi, se non altro per la loro mole) e la portai alla cassa, da mia madre.
«Riuscirai ad addormentarti stanotte?» mi disse.
«Ma per chi mi hai preso? » le risposi.
Naturalmente mi guardai bene intorno quella sera, prima di spegnere la luce.

Crescendo il mio timore per Mr. King si è tramutato in pura ammirazione per i suoi meccanismi narrativi perfetti e per il suo linguaggio terribilmente reale.
Ho imparato da lui molto di più di quello che mi hanno lasciato grandi e acclamati scrittori come Hesse o Miller ( Non me ne vogliano gli intellettualoidi snob…anzi, che me ne vogliano pure) e, tra un Saramago e un Dostoevskij, non manco mai di leggere o rileggere uno dei suoi libri.
L’effetto è di avere qualcuno seduto sul tuo letto che ti racconti una bella storia prima di addormentarti, che ci provi un gusto fatidico.
Tra pochi giorni King compirà sessant’anni, e ho pensato che sarebbe stato carino scrivere un po’ di lui e di come ha influenzato me e intere generazioni di Fedeli Lettori e aspiranti scrittori, e di come sia possibile produrre dell’ottima letteratura fregandosene altamente di ciò che pensa di te l’élite dell’inchiostro.
Grazie, Steve, e grazie anche a te, Fedele Lettore che mi hai seguito sin qui.
A presto,

M.P.