giovedì 4 dicembre 2008

Eternità

“Gira, gira!!!!!”

Niente, non feci in tempo, la macchina sfondò il guardrail e precipitò.

Ricordo quell’istante. Mi girai verso lei, i suoi occhi non erano mai stati più belli di allora.

La paura li aveva spalancati così che potessero mostrare tutto il loro nero. Sembravano enormi.

E le sue guance contratte, quasi spasmodiche, ferme in quell’urlo.

Avevano un qualcosa di eccitante, di così primitivo, un riflesso nato ancor prima della propria idea.

Mostrava i denti. Bianchi, perfetti.

È qui nella mia testa, come una fotografia a colori.

Non mi accorsi subito, ma la sua mano si stava posando sulla mia, sulla leva del cambio.

Si ricordo tutto. Dal finestrino aperto entrava aria fresca; era agosto, ne avevamo bisogno.

Ricordo di aver visto i miei occhiali partire, cadere, forse sotto il cruscotto.

Le sue unghie inficcarsi decise nella mia pelle. Proprio qui dove ancora il tempo non ha portato via il segno.

Avrei voluto abbracciarla, dirle di stare calma, che qualcuno ora ci avrebbe preso e portato di nuovo sulla strada, ma pensai come fosse inutile perdere quel poco tempo a dire bugie.

E allora dissi: “Sei mia!”, che non era una bugia, perché era quello che sentivo. La sentivo mia.

Sembrò così stupido, ma bello. Lei si girò e mi parve che la sua espressione si addolcì, anzi ne sono sicuro, un sorriso le comparì in volto.

O forse era solo un altro spasmo, ma mi piace pensare che fosse un sorriso.

Mi ricordo anche il suo profumo, e non so perché in quell’istante la macchina ne era piena.

Un tipico odore di frutta, di quello che le donne usano nei mesi estivi, eppure sembrava tutt’altro.

Non so spiegarlo, ma se non avevo paura era anche per colpa di quell’odore.

Lo sento ancora se chiudo gli occhi, e continuo a non aver paura.

Riesco addirittura a vederlo se chiudi gli occhi. È un cerchio. Bellissimo, perfetto.

Ricordo di essermi girato a guardare dietro, c’era la rosa che le avevo portato, sul sedile posteriore.

Ricordo come mi rammaricai di non poterla mettere in vaso, a casa, vederla appassire ogni giorno di più, e prendermi gioco di lei, perché il tempo non l’aveva resa eterna, come invece sarei stato io, fermo in quell’estasi suprema che è guardare la donna che ami, vivere.

Non sarei invecchiato, no, impossibile, mi sarei solo adeguato al suo cambiamento, per continuare a starle vicino.

Cosa è questa cosa sulla mano? Ah già, il suo graffio, ancora sanguina.

Deve aver avuto tanta paura. Eppure rideva, si ne sono certo.

Non avrei mai permesso che smettesse di ridere, quindi sono certo che ridesse. Forse anche lei pensava alla rosa, rideva di lei.

Chiudi di nuovo gli occhi e quel cerchio mi si ripropone davanti. È così bello. Al centro c’è quella foto, come una cornice fatta di inconsistenza.

Ricordo la musica, non mi ricordo cosa, ma ricordo che c’era la musica. Ricordo che canticchiavamo, non mi ricordo cosa, ma cantavamo.

Si cantavamo, ora lo so, era per quello che avevo perso il controllo, perché ad un tratto la guardai.

Ricordo c’era qualcosa che mi incuriosì, forse un piccolo particolare che non avevo mai notato. O qualcosa di diverso, un orecchino forse?

Poi tornai a guardare la strada, anche se non si può dire che tornai a guardarla, l’unica cosa che feci fu cercarla, perché non c’era più.

C’era solo blu che entrava dal parabrezza. E ricordo come fece male quel colore così forte.

Forse fu per quello che cercai gli occhiali, si deve essere così.

Tutte queste cose sono ancora qua nella mia testa, la rosa, la mano, gli occhiali, il blu e se chiudo gli occhi quel cerchio di profumo.

E se li apro ci sono solo queste persone che non conosco, ora si che ho paura.

Poi la vedo, davanti a me sul selciato c’è quella rosa prima distesa dietro.

Ora è lei a ridere. Ride di me?

La sento la paura, vorrei urlare ma non posso, scappare ma non riesco, allora mi rifugio nell’unico posto che sento amico.

Chiudo gli occhi.

L’eternità.

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