giovedì 11 settembre 2008

Pugni

Spogliatoio non è solo un sostantivo singolare maschile. E’ un sostantivo singolare maschio. E’ come Rasoio, oppure Coltello, che ne so. Giornale, o Teatro, non fanno lo stesso effetto. Quelli sono solo sostantivi maschili, semplici, pura distinzione di Genere.

Spogliatoio, invece... Spogliatoio è Uomo, non solo Maschio, porta con se’ immediati ricordi di odore aspro di sudore, e candeggina, e dopobarba da due soldi. Porta idee di muri e macchie gialle, di orinatoi, di asciugamani umidi.

Sauna, invece... beh Sauna è femminile e femmina. Calda, umida e avvolgente...più Femmina d’una sauna non c’è davvero niente.

Dalla sauna sfilo un asciugamano che ci ho lasciato dentro qualche minuto e caldo e bagnato me lo appoggio sul collo per rilassare i muscoli. Poi mi siedo sulla panca di legno, i gomiti poggiati sulle ginocchia, lo sguardo fisso verso il pavimento bianco chiazzato, e resto in silenzio in questo spogliatoio mascolino e asettico a lasciare che il sudore mi scorra addosso. Sento le gocce scivolare dalle tempie e scorrere verso il naso, rigare gli zigomi, fermarsi a giocare qualche secondo sulla punta del naso e poi cadere a terra. Nel silenzio che c’è, ogni goccia che cade sembra un’esplosione.

Mi concedo un quarto d’ora di tranquillità ogni volta che devo salire sul ring. Non che siano grandi incontri, i miei... non sono un pugile professionista. Sono poco più che allenamenti con qualche amico. I pugni, però, sono sempre veri. In uno sport come la boxe il concetto di allenamento ha una valenza relativa... quando giochi su un terreno le cui regole sono distruggere l’essere umano che c’è davanti a noi, non c’è modo di edulcorare la realtà. Non puoi chiedere a un pugno di non stenderti, o di non farti male.

L’orologio segna le 22, è ora di andare di là. Stendo la mano lentamente alla mia destra e afferro le fasce per prepararmi a salire sul ring.

Di tutti gli strumenti che la boxe ti costringe a frequentare, le fasce sono senza dubbio le mie preferite.

Due metri e mezzo di poliestere e cotone, con un anello di stoffa da un lato e un cinturino di velcro dall’altro.

La fascia rende un pugno duro come un sasso. Protegge la mano, stringendo le nocche per evitare che si allarghino e indurendo il polso, evitando che si pieghi e subisca sforzi inopportuni e traumi conseguenti.. Al tempo stesso, comprime e stringe ossa e carne in un unico cono rigido, rendendo un pugno uno strumento perfetto.

Ma non è solo perchè sono utli che mi piacciono... Ci vedo dentro qualcosa di sacro, un retaggio del passato. Gli antichi sacerdoti greci indossavano fasce prima di officiare i riti per gli Dei. Quelle bende venivano conservate e difese anche con le armi, se necessario. Era da quelle fasce che quegli uomini sacri prendevano la loro forza spirituale.

Su un altare ben più profano celebro il mio, di sacrificio.

Comincio così il mio rito pagano, afferro la prima fascia, fisso l’anello alla base del dito medio e inizio a farla girare. Tre giri ben stretti intorno alle nocche, poi scendo gradualmente e inisto sul polso,

Tredici giri e la mano è pronta. Altri tredici, e sono pronto ad andare.

Le mani si fanno compatte, e le senti appesantirsi, e contemporaneamente le senti come se fossero invicibili.

Prendo i guantoni, li metterò solo all’ultimo momento.

Mi alzo e cammino veloce fuori dallo spogliatoio. Come al rallentatore spingo lo sguardo fuori dalla porta mentre la apro. La luce del corridoio mi cattura e non penso più a niente.

Dal momento stesso in cui sono fuori di qui, è già boxe.

Quattro ore dopo, sdraiato nel mio letto, fisso il soffitto respirando piano. La luce filtra dalle persiane semichiuse, e illumina di strisce tenui tutta la stanza, rendendo il nostro mondo zebrato. Sento caldo sulla spalla, su cui scendono i tuoi riccioli biondi, ma è una splendida sensazione. La tua testa ha trovato un appoggio comodo fra spalla e petto, e senza guardarti posso sentire il tuo corpo muoversi al mio fianco. Sollevi una mano con un gesto lento, e bellissimo, e la porti sul mio naso un po’ ammaccato dall’incontro di stasera. “A lui è andata peggio”, ti dico. Sorrido piano e tu ti giri a guardarmi. Mi baci per impedirmi di dire altre cose fuori luogo. E io sorrido un po’ più forte, perchè è proprio questo che mi piace, di te.

Lascio penzolare la mano sinistra fuori dal letto finchè non artiglio la scatola dei sigari e l’accendino. Accendo un mozzicone di Toscano – quella di fumare a letto è una pessima abitudine che ho preso da poco – e soffoco un colpetto di tosse quando la prima boccata di sigaro mi secca la gola come se fossi in pieno deserto. La tua mano mi scorre sul petto e poi inizia a scendere verso l’addome. All’ombelico si ferma e torna su, con un movimento circolare, risalendo dall’altra parte del busto, e ricominciando. Una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, tredici volte.

Ed è lì che finalmente è tutto chiaro.

Non credo troppo nel destino e ho tanta fantasia. Per questo ho capito che tu sei le fasce della mia vita. Come la fascia impedisce al pugno di farsi male e lo rende più forte, tu stai facendo la stessa cosa col mio cuore. Quelle tredici carezze mi hanno fatto capire che si, è proprio così.

Chiudo gli occhi e spengo il sigaro in un bicchiere. Sfrigola un po’ a contatto con l’acqua, è il rumore di un istante ma nel silenzio lo si sente bene.

Non ti guardo e mi chiedo che rumore farà un cuore che diventa più forte.

D.

domenica 7 settembre 2008

September Hymn#1

Instruments meticulously playing a goofy jazz,
Teaching strange neons
Technical phrases.
Oh, mother, I'm sweating exuberance,
curly-haired ideas glittering! (whooee),
Like a lovely woman looking contemplative.

mercoledì 3 settembre 2008

Six is a fix!

Evviva il mio adorato Stephen King che ha sempre delle ottime trovate riguardo alle sue cose.
All'orizzonte si profila una raccolta di racconti intitolata "Just after sunset"(yummm), in uscita l'11/11/2008 (per la traduzione italiana aggiungete qualche mesetto). Nel frattempo potete ingannare l'attesa qui, deliziandovi con la riuduzione a miniserie fumettistica (di mano Marvel) di uno dei pezzi inediti della raccolta: "N.", un disturbante incrocio tra psichiatria e H.P. Lovecraft, musica per le orecchie di ogni kingofilo.
Dimenticavo, purtroppo la miniserie è recitata in un inglese non propriamente di base con un marcato accento americano, cosa che potrebbe risultare ostica a qualcuno, sorry guys, not our fault.
Come al solito, fatemi sapere cosa ne pensate.
A presto,

M.P.

domenica 24 agosto 2008

"Finchè la barca va, lasciala andare, finchè la barca va, tu non remare..."

NUVOLE

La rabbia urla,

grida tramutate in spade

si conficcano nell'addome

tra il respiro mozzato e

il calore del dolore.

Scendono lacrime davanti

alle labbra chiuse.

Stanco.

Questo cielo

sembra non cadere mai.



mercoledì 20 agosto 2008

Rari momenti d'estasi

Frugando in rete per impervie e incalpestate vie, ho scovato questo bellissimo sito (completamente in inglese), dedicato alla poetica dello scrivere (si ripromette anche di essere un efficace antidoto al blocco dello scrittore).
Di seguito un esempio delle potenzialità di questo piccolo capolavoro informatico: una poesia composta in parte dall'ispirazione del sottoscritto e in parte da quella del sito suddetto.

Anonymous orgasms cough morphine masturbations
(boiling agony)
Whores sucking decapitated evangelists
Screaming in pain for a time habit
Disgust licks broken clocks
Dead addicts automaticly eaten by the schizophrenic clima

Non male, no? composta utilizzando il vocabolario e le tecniche di William S. Burroughs, e ci sono pure Baudelaire, Kerouac, un generatore di titoli e uno di nomi per personaggi....
Io un giretto ce lo farei, ne vale la pena.
www.languageisavirus.com

domenica 17 agosto 2008

Covering famous pictures...


Per la prima volta avrete l'opportunità di dare un volto a due pazzi che scrivono su questo blog (oramai ahimè piuttosto deserto). Ovviamente non darete mai nomi a queste due figure. Vi abbiamo già dato un volto, ora basta! No, ho detto basta! BASTA!

martedì 12 agosto 2008

...e fanno le olimpiadi

Si, anch’io sono stato in guerra. Molte volte.

Ho vinto ed ho perso. Ho calpestato i miei compagni caduti, bramoso di sangue, giustificando le mie azioni con ideali e vendette.

Nella sconfitta sono stato ferito, ho implorato pietà, sono stato torturato e ho svelato i segreti dei miei compagni.

Nella sconfitta ho rinnegato il mio popolo.

Nella vittoria ho fatto quello che fanno i vincitori. Ho saccheggiato, ucciso innocenti, e stuprato donne. Mi sono beato del sangue e, Dio mi perdoni, ne ho goduto.

Nella vittoria ho rinnegato me stesso.

È per questo, figlio mio, che spero tu sia sconfitto.


Alle vittime del Caucaso

lunedì 11 agosto 2008

San Lorenzo

E se fosse proprio dietro l'angolo?, Dici di controllare?, Beh direi che già che ci siamo possiamo fare un tentativo no?, Effettivamente, Ok dai andiamo, Tu ce l'hai il coraggio per guardare?, No, però se lo facciamo insieme vengo, Ok allora al mio tre Ok?, Va bene, Allora uno due, Aspetta siamo davvero così sicuri?, Che fai me lo dici mentre sto per dire tre? No, no scusa era solo per capire se vogliamo veramente farlo, Lo sai anche tu che siamo stati mandati qua per questo, è il nostro lavoro, Si lo so però non ci vede nessuno, volendo possiamo anche dire che non c'era, Non è questa la questione, io mi sto guardando, lo saprei di essermene andato, Ah ancora con queste cose da psicofilosofo, Lo vogliamo fare o no?!, Si si andiamo, Allora ricomincio uno due, Etciu! Scusa mi è scappato, Se mi blocchi ancora un'altra volta giuro che ti ci mando da solo, Ho detto che non ci ho fatto apposta, Si si intanto è la seconda volta che lo fai, Dai avanti conta, Certo così mi fermi di nuovo, Dai conta ti giuro che non ho fatto di proposito, Non ti credo, Va bene conto io, Uno due e tre!

Niente, Lo vedi ti avevo detto che non c'era niente, Andiamocene.

Guarda là c'è una strada, potrebbe essere dietro quell'angolo, Quale?, Là sotto quel lampione acceso, Ancora?, E se fosse lì?, Va bene andiamo.

E fu così che il matto si incamminò quatto quatto verso la sua sconosciuta meta.

E nel cielo cadde una stella.

lunedì 28 luglio 2008

Bonaccia

Poco vento in poppa, ultimamente da queste parti.
Ci trasciniamo stancamente da qualche mese ormai, ma che volete farci? Purtroppo all'ispirazione dei nostri collaboratori non si può dare una spinta come non si può mettere un freno (questa seconda ipotesi è alquanto comica, ma la lasceremo qui per amor di completezza).
Però, come disse la prostituta al marinaio timido: "Tesoro, non è quanto ne hai ma come lo utilizzi", si spera che la qualità dei miseri interventi che si sono susseguiti di recente vi siano garbati, pochi ma buoni...no?
Beh ok, mi sono scusato a nome di tutti per la lentezza biblica e l'ignavia che ci ha colpito di recente, e anche se avrò probabilmente scritto queste parole per nessuno (credo che i nostri fedeli siano ormai morti o ci abbiano rinnegato), vi saluto e vi do appuntamento alla prossima


"Sad to say, I must be on my way
So buy me beer and whiskey 'cause I'm going far away"

The Pogues "Sally MacLennane"

giovedì 3 luglio 2008

But why...

Perchè gli anziani ci guardano quando passiamo, per strada?

Da questo apparentemente irrisolvibile ed affascinante interrogativo nasce, a mio parere, un paradosso che è sicuramente non meno significativo di quello del gatto di Schrodinger(non ho voglia di cercare la "o" con l'umlaut). Dopo un lungo periodo di sperimentazioni e lavoro di campo sono infatti giunto alla conclusione che sia praticamente impossibile constatare se una persona anziana(che in questa sede, per semplificare, annoteremo con la sigla "vecchio" ossia Very Elderly, Creeping Ciononostante Heathen Inquisitive One)continui o meno a fissarci al nostro passaggio, una volta usciti dalla di costei visuale.
Le mie sperimentazioni, tuttavia, mi hanno permesso di formulare un modello, realisticamente attendibile, secondo cui, nel caso in cui noi ci si giri a guatare l'attempato scrutatore, costui, nella quasi totalità dei casi, ci osserva con aria di disapprovazione e ribrezzo oltre ad una puntina di incredulità nei nostri confronti, quasi a voler dire"ma do' cazzo vai?"(o espressioni equivalenti nei diversi vernacoli in cui l'eterogeneità dei soggetti si esprime). L'attento et razionale lettore non si asterrà dal valutare incredibili i risultati di questa mia ricerca.
Sarebbe quindi apparentemente impossibile definire le attitudini comportamentali dei V.E.C.C.H.I.O.s, dopo essere passati al loro cospetto, per le vie del mondo.
Una strada risolutiva apparentemente percorribile potrebbe essere quella di aggiungere una terza variabile alla nostra equazione, vale a dire un secondo ossevatore che possa testimoniare il comportamento e le attitudini di un V.E.C.C.H.I.O.. Ma anche in questo caso, come mi sono già premurato di sperimentare, si incappa comunque in un vicolo cieco. Si possono intraprendere due sentieri i quali ci porteranno a questa conclusione fallimentare, entrambi lastricati di aristotelismo:


Caso A: L'osservatore esterno è un giovine. Codesta tipologia potrebbe dimostrarsi un valido appoggio. Tuttavia, proprio il suo essere valido, ossia giovane, lo rende inadatto al compito, in quanto andrebbe a falsare la veridicità dell'esperimento. Difatti, nel momento in cui un osservatore giovane osserva un V.E.C.C.H.I.O., quest'ultimo sposta immediatamente il suo (peraltro limitato)campo visivo sul nuovo osservatore. Nel momento in cui si decidesse, infine, di osservare contemporaneamente lo stesso soggetto V.E.C.C.H.I.O. in più di un giovine, verrebbero a mancare le premesse fondamentali per la bontà dell'esperimento antropologico: il V.E.C.C.H.I.O, non sentendosi più a suo agio e nel suo habitat naturale, volerebbe via.

Caso Jenny: L'osservatore esterno è un V.E.C.C.H.I.O.. Dato che, parafrasando il teorema Padoa-Schioppa, il mondo si divide in vecchi e bamboccioni, l'unica alternativa possibile è investire del compito di osservatore esterno un V.E.C.C.H.I.O.. Come lo scaltro lettore avrà già intuito, tuttavia, questa tipologia non può assolutamente prestarsi a tale compito, in quanto soggetto stesso della sperimentazione e portatore sano di tutti i limiti attitudinali, cozzanti contro l'ipotesi stessa.

note: La sperimentazione del caso Jenny si è rivelata quantomeno frustrante, sia per la difficoltà nel reperire un soggetto V.E.C.C.H.I.O. ma collaborativo(che indicheremmo con la sigla V.E.C.C.C.H.I.O.) che per la frustrazione conseguente lo svolgimento dell'esperimento stesso, frustrazione che ha spinto chi scrive ad adoperarsi in questo missio scientifica nel vano tentativo di trovare una soluzione a questo inquietante dilemma.